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La battaglia di Enes Kanter, senza paura: si scaglia contro la Cina e accusa la Nike

Enes Kanter, veterano NBA da 11 anni nella lega e già in passato noto per la sua posizione anti-Erdogan che tante ripercussioni ha avuto sulla sua vita e sui suoi spostamenti, attacca il governo cinese e dopo le scarpe pro-Tibet esibite nella sfida contro i Knicks ora chiama in causa la Nike, accusata di sfruttare lavoratori e minori in Cina.

Una polemica destinata a fare rumore e ad avere delle serissime ripercussioni, come accade spesso e volentieri quando c'è di mezzo Enes Kanter, centro turco ritornato in estate ai Boston Celtics dopo la parentesi a Portland. Già qualche giorno fa, Kanter si era schierato con forza a favore dei dissidenti civili del Tibet, indossando per la partita contro i Knicks al Madison Square Garden un paio di scarpe per appoggiare la loro rivolta e denunciarne pubblicamente i soprusi subiti. Subito dopo, contro gli Charlotte Hornets, Kanter aveva scelto calzature con la scritta "Schiavitù moderna" e "Non ci sono più scuse", sempre contro il governo cinese. Di pronta risposta, le partite dei Boston Celtics sono state rimosse dal palinsesto televisivo di Tencent, l'emittente cinese che trasmesse le gare di NBA. Kanter è stato negli anni vittima di diverse rappresaglie politiche conseguenti al suo noto schieramento anti-Erdogan, costato enormi sacrifici per sé e per i suoi familiari, oltre ad aver reso praticamente impossibile rimettere piede su suolo turco non avendo più nemmeno il passaporto del suo paese natale.

NBA-Cina, storia di un rapporto diventato sempre più difficile

Davanti all'ennesimo incidente diplomatico nel complesso rapporto tra NBA e Cina (la stessa situazione si era verificata due anni fa quando l'allora GM degli Houston Rockets, Daryl Morey, manifestò il suo supporto verso le proteste in atto ad Hong Kong, portando all'oscuramento dei match dei texani e, a seguito del suo passaggio dietro la scrivania Sixers, alla rimozione delle gare di Philadelphia da quelle visibili) la situazione rischia di diventare ulteriormente incandescente dopo l'ultima coraggiosa uscita di Kanter, che questa volta ha sì attaccato il governo cinese, ma puntando il dito contro la multinazionale Nike, rea di utilizzare la manodopera a basso costo per produrre le sue scarpe.

Il tweet di Kanter contro Nike

Il lungo turco ha accusato il noto brand di fama mondiale di restare silente sulla schiavitù ancora presente in Cina. Kanter ha di fatto prima applaudito le prese di posizione dell'azienda contro le ingiustizie di stampo razziale presenti in America, per poi accusarla di non prendere realmente posizione sulla brutalità usata dalle forze dell'ordine in Cina, di non emettere comunicati a proposito delle discriminazione subite dalla comunità LGBTQ community, di non schierarsi contro lo sfruttamento minorile. "Avete paura di parlare. Chi produce le vostre scarpe in Cina, lo sapete? Ci sono tanti campi di lavoro forzato, come quelli in cui lavorano gli Uiguri" (minoranza etnica di origine turca che vive nel nord-ovest della Cina).

Kanter ha invitato Phil Knight, co-fondatore della Nike, a prendere un aereo per constatare personalmente le condizioni di sfruttamento dei lavoratori, chiedendo a Michael Jordan e LeBron James, i due volti più noti del brand, di prendere una posizione a riguardo invitando anche i due atleti a verificare la situazione in Cina. Il suo appello non si è fermato al solo tweet in questione, anzi. Il turco in queste ore è praticamente un fiume in piena e sembra non avere minimamente intenzione di fermarsi, rendendo a questo punto necessario un intervento del commissioner Adam Silver a placare equilibri già incrinati dopo la vicenda Morey.

Tra More than an athlete e interessi economici

Come spesso accade in situazioni del genere, il cortocircuito di chi negli anni non ha mai realmente apprezzato le prese di posizione sociali dei giocatori NBA e ora attende con pazienza le replica di Silver per far rientrare nei ranghi la situazione e gridare, infine, all'ipocrisia della lega e del suo commissioner, è prossimo. La questione è tuttavia decisamente più complessa di così e come al tempo Daryl Morey non fu pubblicamente supportato e difeso per prediligere la vendibilità del prodotto NBA verso quello che è il mercato più ampio e redditizio, è prevedibile che anche in questo caso Silver prediligerà il percorso più silente e diplomatico, tentando di ricucire i rapporti senza prendere le parti della protesta messa in atto da Kanter. Non sarà ipocrisia, non sarà appoggio al governo cinese, e non sarà nemmeno mancanza di supporto alla causa. Sarà, piuttosto, un tentativo di non far degenerare ulteriormente la situazione e preservare gli interessi economici di una lega che, nel suo obiettivo di voler essere il più inclusiva e aperta possibile, non può scegliere di voltare le spalle ad un mercato con questi numeri. Un compromesso che genererà malcontenti e che, come sempre, si presterà a strumentalizzazioni in totale malafede. A cui Adam Silver è tuttavia abituato.