Italy

La catastrofe è servita, i clan stanno fagocitando i ristoranti

«È certamente un passo importante nella direzione giusta, quella del fare concreto. Quanto il passo sia davvero buono e utile lo dirà la sua traduzione in cifra operativa. Per ora, facciamo il tifo». È questo il giudizio a caldo di Gian Carlo Caselli, presidente dell’Osservatorio sulla criminalità nell’agricoltura e sul sistema agroalimentare, sul via libera ottenuto in Conferenza Stato-Regioni dal Fondo ristorazione.

L’ok è arrivato venerdì scorso su un provvedimento che stabilisce i criteri di erogazione del contributo a fondo perduto destinato alle imprese del settore. Il decreto legge Agosto aveva stanziato 600 milioni di euro per questo progetto: un sostegno a ristoranti, mense, agriturismo, imprese di catering per eventi e alberghi, per l’acquisto di prodotti di filiere agricole e alimentari, anche Dop e Igp.

Si spera possa essere una valida stampella per il settore. Perché intanto, mentre il coronavirus ritorna prepotentemente in auge e costringe ristoranti e affini a ridurre i coperti e limitare gli orari di apertura, gli esercenti soffrono ancora. E le mafie si mangiano la ristorazione italiana. Come prima, più di prima. È di quindici giorni fa la notizia di 13 arresti per estorsione e intestazione fittizia di beni, aggravati dal metodo mafioso ed usura, a Roma, contestualmente al sequestro di 14 ristoranti del centro. È la camorra, il potentissimo clan campano dei Moccia. In una intercettazione di un paio di anni fa, un imprenditore coinvolto nel giro raccontava di una rete di prestanome che aveva permesso ai camorristi di riprendere cinque ristoranti già finiti sotto sequestro nei mesi appena precedenti: «I ristoranti di Roma sono tutti loro! Tutti!».

Fa sensazione, ed è solo l’ultimo caso in ordine di tempo. Ne verranno altre, di indagini così. «Anche per effetto del Covid, la ristorazione rischia un crack da 34 miliardi nel 2020. A causa della crisi economica, del crollo del turismo e del drastico ridimensionamento dei consumi fuori casa», spiega Caselli a Gastronomika. «Prima ancora del Covid, ormai da tempo la nuova mafia, invece di limitarsi a taglieggiare il proprietario-imprenditore, cercava più semplicemente di diventarne socia o di rilevarne in toto l’attività (spesso dopo averla spolpata a colpi di estorsioni o strozzinaggi), procurandosi sempre nuovi canali puliti per il riciclaggio. Ora, molte attività che la pandemia sta mettendo in ginocchio rischiano di chiudere o faranno una gran fatica a riprendere. Si aprono così nuove opportunità ai mafiosi che hanno nel loro DNA di sciacalli-avvoltoi la specialità di ingrassare speculando sulle sofferenze e disgrazie altrui. Uno scenario da tempo riscontrato, e già di per sé cupo, con gli effetti nefasti della pandemia potrebbe persino tracimare in catastrofe».

Raffaella Saso, vicedirettore di Eurispes, è fra gli esperti che curano il rapporto annuale dell’Osservatorio agromafie (promosso da Coldiretti insieme alla stessa Eurispes). Spiega che non vedremo gli effetti del coronavirus tanto presto. «Difficilissimo individuare già ora e con precisione quanti esercizi siano caduti in questa rete. Le indagini sicuramente hanno davanti ancora molto tempo. Sapremo entro due anni i reali effetti della crisi del Covid. Per chi è arrivato in autunno in affanno, dopo la chiusura forzata e l’estate anomala, prevediamo un grave impatto con la seconda ondata, che indebolirà ulteriormente». Quel che è certo, intanto, è che la stima dei cinquemila ristoranti e locali nelle mani della criminalità è superata. «Oggi sappiamo che sono molti di più, ma sarebbe presuntuoso fare un numero preciso», spiega Saso.

I ristoranti attirano il denaro sporco della criminalità organizzata da sempre, ma da quando il settore è stato investito dal vento della modernizzazione (dei locali, ma anche dei metodi di gestione), questo si è fatto ancora più interessante. «In Italia è un settore importate, è anticiclico e garantisce grossi profitti». Spesso, però, i proprietari hanno dei tempi di resistenza molto contenuti di fronte alle avversità. Hanno il fiato – finanziario – cortissimo, mentre le mafie non hanno problemi di liquidità.

«Le attività illecite sono una fonte infinita di denaro liquido», spiega ancora Raffaella Saso, «e questo permette loro di approfittare di vulnerabilità e debolezza degli imprenditori per insinuarsi ancor di più. Approfittano anche dei ritardi: nella erogazione della cassa integrazione o dei pagamenti delle misure a sostegno, per esempio». Il tempo è denaro, e i clan ne hanno in quantità, sia di uno che dell’altro. I piccoli ristoratori, no.

Entrano in gioco con metodo, le cosche. Sempre meno spesso con atti violenti e sempre più con strategie sofisticate. Qui non c’entra il Covid: quella della criminalità ‘managerializzata’ è una formula rodata. Si fanno studiare le giovani generazioni allo scopo, e nelle migliori scuole; si usano con maestria agganci internazionali per occultare la proprietà dei locali. E si agisce sul territorio.

«Oltre all’usura, ci sono precise strategie imprenditoriali: si offre una partnership, o una joint venture, poi si fagocita – grazie alla liquidità – il partner. Si propone una modernizzazione dei locali o una espansione con nuovi punti vendita. Poi, quando la vittima è ormai debolissima finanziariamente, si diventa i veri e propri titolari. Oppure si utilizzano prestanome, che comprano legalmente l’attività e risultano puliti, limpidi, senza precedenti. In realtà sono criminali ancora non incorsi in reati, o conoscenti e affiliati che percepiscono direttamente uno stipendio dalle organizzazioni criminali».

Catene. Pizzerie. Trattorie. Locali prestigiosi, della Roma bene o della Milano capitale del food. A volte anche insospettabili trattorie, altre volte ristoranti di alta gamma: interessano alle mafie anche solo per il controllo del territorio che garantiscono. Succede un po’ ovunque, «sicuramente in modo più esteso nelle grandi città. La ‘Ndrangheta investe più volentieri nella ristorazione, ma anche le altre grandi organizzazioni criminali non si precludono niente». Il prossimo rapporto dell’Osservatorio agromafie verrà presentato entro la fine dell’anno e cercherà, per quanto possibile, di dare conto dello scenario catastrofico del 2020.

Intanto, cosa serve per arginare le cosche e far loro allentare la presa sulla ristorazione in affanno? Spiega ancora Gian Carlo Caselli, presidente dell’Osservatorio: «È assolutamente necessario giocare quanto più possibile d’anticipo: prima di tutto traducendo in cifra operativa concreta i cosiddetti bazooka economici, cioè gli aiuti massicci previsti sul piano nazionale ed europeo. Occorre poi pianificare per tempo forme efficaci di contenimento che incidano sul primo manifestarsi degli appetiti mafiosi. La strada giusta è quella subito indicata dal capo della Polizia Franco Gabrielli, costituendo fin dall’aprile 2020 un Organismo permanente di monitoraggio presso la Direzione centrale della Polizia Criminale, con il compito di procedere a un’accurata e preventiva ricognizione a tutto campo dell’infiltrazione dell’economia mafiosa italiana ed europea. In modo analogo, su input della componente italiana, si è mossa Europol. Va ricordato che pure il GAFI (l’organismo antiriciclaggio dell’OCSE) e l’UIF (l’autorità anti-riciclaggio operante nella Banca d’Italia) si sono attivate per denunziare come i gruppi criminali possano trarre profitto dalle difficoltà indotte dal Coronavirus».

C’è dell’altro: i ristoranti e le truffe alimentari piacciono tanto alle mafie anche per via di qualche lacuna normativa. «Va denunziato con forza», dice Caselli, «che la legislazione oggi vigente in materia di reati agroalimentari risulta, obiettivamente, inadeguata. Non al passo con la nuova dimensione transnazionale dell’agroalimentare. Ancora ferma ai casi, ormai solo di scuola, dell’oste che allunga il vino con un po’ di acqua. Se si fa un calcolo costi/benefici, poiché i rischi che si corrono commettendo delle irregolarità nell’agroalimentare sono minimi, mentre imponenti sono i guadagni che giocando con carte truccate si possono realizzare, ecco che la bilancia pende decisamente dalla parte dei benefici».

Il Parlamento sta discutendo la riforma dei reati alimentari, sulla base di un disegno di legge approvato in Consiglio dei ministri in febbraio e redatto anche con il contributo dello stesso Caselli e dell’Osservatorio. «La posta in gioco è alta: la salute e la sicurezza alimentare dei cittadini e nello stesso tempo un funzionamento regolare del settore che non penalizzi gli operatori onesti – che sono la stragrande maggioranza.

In tempi di Covid l’approvazione della riforma appare ancor più necessaria e urgente. In particolare perché introduce il nuovo reato di agropirateria, applicabile quando ad operare sono soggetti che, pur non facendo parte di vere e proprie associazioni per delinquere, agiscono con condotte sistematiche e attraverso l’allestimento di mezzi o attività organizzate. Se è importante difendersi dalle mafie, lo è anche difendersi da chi le imita».

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