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La coppia che ha scalato tutti gli 8.000: “Una collana di quattordici perle unita dal filo di passi che abbiamo percorso assieme”

TRENTO. Il Trento Film Festival ha viaggiato anche “là dove l’aria è sottile”, per usare le parole dell’alpinista valdostano Hervé Barmasse, che giovedì 6 maggio ha presentato i suoi colleghi Nives Meroi e Romano Benet. La famosa coppia di alpinisti ha salito senza ossigeno e senza aiuti esterni le quattordici vette (oltre gli 8.000 metri) più alte della Terra. “Invece di essere italiano o sloveno, Romano ha scelto di essere sia italiano sia sloveno - ha raccontato Nives Meroi, che ha ricevuto l’incarico, da parte di Barmasse, di presentare il marito -. Ha cominciato ad arrampicare da ragazzino.

La sua prima via l’ha percorsa assieme a un amico, col quale ha fatto un volo di quindici metri. La canzone che gli ronzava per la testa in quel momento era Vola colomba. Così è iniziata la carriera alpinistica di Romano”. Benet ha dovuto a sua volta presentare la moglie. “L’ho conosciuta da giovane e ci siamo da subito uniti come cordata – ha detto -. Era un’occasione per avvicinarmi a lei, perché sapevo che arrampicava. Sin dall’inizio è stata una compagna di cordata perfetta: brava, paziente e con una resistenza eccezionale”.

Le quattordici vette che hanno scalato sono state paragonate da Meroi a “una collana di quattordici perle unita dal filo di passi che abbiamo percorso assieme”. “Ci siamo detti: due solitudini unite in coppia verso la cima – ha spiegato -. È stato un viaggio alla ricerca della bellezza”.

Le salite sono state organizzate solo qualche mese prima di partire. Quasi nessuna è stata pianificata a tavolino. “Il nostro desiderio di scalare le vette è nato di volta in volta – ha raccontato Benet -. Dopo una vetta ce n’era un’altra, come le ciliegie, ma inizialmente non avevamo progettato di farle tutte. Non avevamo frenesia, non sentivamo di doverle terminare in fretta”.

Poi, nel 2009, è arrivato il “quindicesimo ottomila”, la malattia di Benet. “La montagna mi ha tirato fuori dai guai – ha spiegato -. Non mi sono mai lasciato abbattere, anzi, ho pensato che fosse come quando ti trovi lungo la parete e arriva il brutto tempo, e ti tocca fermarti per un attimo. Non sai se andrai avanti o se dovrai tornare indietro. Anche la malattia è così. Ho aspettato. È stata un’esperienza lunga e se non avessi avuto l’esperienza alpinistica, che ti insegna a sudare e ad affrontare molte difficoltà, forse mi sarei lasciato abbattere”.

Anche Meroi ha usato un’espressione presa in prestito dal gergo alpinistico per raccontare come ha vissuto la malattia del marito. “È come quando sei dentro una tenda in alta quota, con la bufera fuori – ha detto -. Bisogna che siate in due a tenere stretti i pali della tenda, perché il vento non la porti via. E, come diceva Romano, la montagna ci ha insegnato a fare un passo dopo l’altro con pazienza e umiltà, senza scoraggiarsi. Così abbiamo affrontato anche questa scalata, il nostro quindicesimo ottomila”.

Quando hanno ricominciato a salire le montagne, tra i medici c’era chi li sosteneva e chi invece gli aveva affibbiato l’etichetta di “pazzi”. “Eravamo solo noi due a scalare – ha spiegato Meroi – ma quello che ci piace dire è che insieme a noi c’era il giovane sconosciuto che, per due volte, aveva donato il midollo a Romano, e che l’aveva salvato”.

Meroi e Benet abitano ai piedi della catena del Mangart, nelle Alpi Giulie, dove Benet è nato. “Sono sempre andato nei boschi e mi spingevo a curiosare sempre più in su, fino a quando ho scoperto le montagne – ha concluso -. Le Alpi Giulie hanno un fascino molto particolare rispetto alle Dolomiti, perché quando esci dal bosco ti ritrovi direttamente sotto le pareti scure e fredde”.

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