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La corsa del Covid fa tremare la Valle d’Aosta. «Siamo la pecora nera: colpa delle scuole»

In piazza Chanoux nessuno alza la voce. Alle 11.30 del mattino la protesta annunciata di ristoratori e baristi si svolge sul lato più corto del rettangolo nel centro del capoluogo. In disparte, quasi a non disturbare, come se tutti fossero consapevoli dell’esistenza di preoccupazioni persino superiori a quelle economiche. Cinquanta persone, e un silenzio così composto da sembrare fuori luogo. In questa estrema appendice d’Italia usa così, si piange per il crollo del commercio di ogni ordine e genere senza farsi troppo sentire. Tanto nel resto del Paese ogni cosa arriva attutita, come se fosse avvolta dall’ovatta.

I numeri

Anche nel mondo a parte della Valle d’Aosta accadono invece cose eccezionali, e purtroppo non nel senso buono dell’aggettivo. La regione più piccola e meno abitata d’Italia è la prima in ogni voce della seconda ondata pandemica. Con 576 positivi su un totale di centomila abitanti, ha la maggiore incidenza di contagio rispetto alla popolazione. Se fosse un dato isolato, sarebbe una curiosità statistica. Ma non è così. C’è anche il più alto numero di decessi in una settimana (7 su centomila), il numero dei ricoveri (60/100.000), e un incredibile cinquanta per cento tra casi positivi e persone testate nell’arco degli ultimi sette giorni. Nelle undici micro-comunità per anziani, le Rsa pubbliche, 120 ospiti su 319 sono stati colpiti dal virus, cinquantuno dei quali sintomatici. In cima a ognuna delle voci considerate come campanelli di allarme, se non di disastro, c’è la Valle d’Aosta (qui il bollettino del 28 ottobre).

I contagi

Non solo è successo di nuovo, è anche peggio della prima volta. E non ci sono neppure gli sciatori venuti da ogni dove ai quali dare la colpa, come fu nello scorso marzo, quando la decisione di tenere aperti gli impianti fino all’ultimo minuto prima del lockdown fu indicata come la ragione principale dell’alto numero di casi positivi. La corsa al capro espiatorio non è facile come appare. Anche la vicinanza alla città non è un argomento sostenibile. Il tasso di contagiosità di Aosta, che con i suoi 34mila abitanti non è certo una metropoli, risulta in linea con altre città di pari dimensioni, ed è molto più basso di quello rilevato in paesi e villaggi da poche centinaia di residenti. Dunque, cosa sta succedendo? L’aumento esponenziale delle positività è cominciato tre settimane dopo l’apertura delle scuole. Altri esperti, come Silvia Magnani, specialista in malattie infettive al Parini di Aosta, l’unico ospedale della regione, puntano il dito sulla vicinanza con Francia e Svizzera.

L’evento zero

Il riflesso condizionato induce sempre alla ricerca dell’evento zero, qui identificato nella festa dei coscritti che si è tenuta a fine settembre, una ventina di ragazzi di Verrayes, Chambave e Saint Denis, primi borghi della seconda ondata a essere dichiarati zona rossa, e il terzo lo era già stato nel marzo scorso. «Siamo la pecora nera, come accadde durante la prima fase, ma tra maggio e ottobre siamo stati anche la regione con meno contagi insieme con il Molise…». Luca Montagnani coordinatore sanitario dell’unità di crisi, risponde alla domanda sulle cause di questa seconda volta con una specie di indovinello. Per lui, la risposta giusta è quella sulla riapertura delle scuole. «E questo vale per tutti». La prova del nove sta nei primi risultati in arrivo dopo la scelta della didattica a distanza per una classe su due delle superiori. «La curva sembra stabilizzata». Ma anche questo potrebbe valere per ogni altra regione.

Le comunità

Esiste uno specifico valdostano, quasi di natura edilizia. Ogni villetta ha la sua taverna, dice Montagnani riprendendo un adagio locale. La vita dei valdostani è molto più comunitaria che nelle grandi regioni. Gli stessi luoghi, gli stessi bar, le stesse case per ritrovarsi la sera. Le stesse usanze, come le feste dei coscritti e le sagre. Il virus non è arrivato dalle classi, le scuole sono state soltanto l’innesco del ritorno a un normale stile di vita quotidiano, a un modo di vivere radicato nelle piccole comunità, e la Valle ha la maggiore densità italiana di Comuni con meno di duemila abitanti in rapporto all’estensione del territorio. Ha funzionato meglio che altrove il tracciamento dei contatti, ma è una magra consolazione, anche perché l’aumento dei test ha fatto inceppare le macchine, il personale scarseggia, e la Usl locale ha chiesto aiuto all’esercito. L’assessore alla Sanità Roberto Barnasse guarda al bicchiere mezzo pieno, cos’altro può fare. «A prima vista riconosco che i numeri sono tremendi, ma almeno il virus è meno aggressivo, e abbiamo appena nove pazienti in terapia intensiva». All’ospedale Parini però è stato aperto il quarto reparto Covid, i ricoverati sono 115, e mancano i medici. «Ormai non è neppure più così importante capire le cause» dice Montagnani. Al raduno dei ristoratori non si respira rabbia ma rassegnazione, un sentimento di lotta impari contro un virus che stravolge abitudini e usanze secolari. «Speriamo che passi la bufera» dicono tutti. Nient’altro. È per questo che l’abituale silenzio di Aosta oggi fa un po’ paura.

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