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La crisi del diritto internazionale

Il concetto di promuovere l’agenda dei diritti umani a immagine e somiglianza dei prìncipi dei Paesi occidentali – quali depositari della Verità Assoluta – è controproducente e direttamente dannoso in Vicino e Medio Oriente ed in Asia centrale, in quanto non tiene conto dell’esperienza storica di queste regioni geopolitiche. Inoltre, molti esperti in Occidente, parlano di tali argomenti, ma non conoscono realmente né la cultura né le lingue locali. Quindi quando scrivono di quei Paesi si basano sulle classiche lingue dell’imperialismo – inglese e francese – con tutto ciò che inevitabilmente ne consegue a progressione geometrica.
Il declino, a inizio degli anni Novanta del sec. XX, del sistema bipolare nelle relazioni internazionali è stato accompagnato da grandi aspettative di politici ed esperti che sognavano l’avvento di un mondo basato sullo stato di diritto. Una specie di Paradiso in Terra, ove tutti di colpo diventavano felici, sparivano le guerre, ma innanzitutto la fame. Tuttavia, i loro sogni non erano destinati a diventare realtà, in quanto le guerre si sono moltiplicate e la fame miete più vittime d’allora, con lo spettro delle guerre per l’acqua che per ora è al crepuscolo mattutino.
Le specificità delle relazioni internazionali sono determinate dalle tre componenti più importanti: diritto internazionale, geopolitica e ideologia. I primi sistemi di trattati internazionali apparvero nel mondo antico: all’indomani dalla battaglia di Qadeš fra Egizii ed Ittiti alla fine del mese di maggio 1.274 a.C. – nel 1.258 si stipulò un equo trattato in merito alle terre su cui governare attorno a quel confine che Ramesse II non riuscì a spostare più a nord di Qadeš. Però la diplomazia nel senso moderno del termine iniziò a prendere forma solo dopo la Guerra dei Trent’anni del 1618-1648.
Il 15 maggio del 1648 fu firmato a Osnabrück, dai prìncipi protestanti, il primo trattato componente la Pace di Westfalia, che sanciva la fine del conflitto tra la Svezia e l’Impero Asburgico. I prìncipi cattolici ne sigleranno altri due in un secondo momento, a Münster (il 24 ottobre dello stesso anno).
Westfalia, e in misura ancora maggiore il Congresso di Vienna (1º novembre 1814-9 giugno 1815) che la sostituì, era anch’essa basato su tre componenti: il multipolarismo, l’equilibrio dei poteri e un concerto di poteri, che significava principalmente l’importanza delle grandi potenze: Austria, Prussia, Russia e Regno Unito. Per molti versi, gli stessi princìpi erano caratteristici del sistema Yalta-Potsdam, che determinò i rapporti tra le due superpotenze durante la guerra fredda. Le norme del diritto internazionale sono state rispettate soprattutto perché dietro di esse c’era una forza che non poteva essere ignorata. Ecco perché nel continente europeo regnava la pace, e gli interessi dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche e degli Stati Uniti d’America si scontrarono principalmente nei Paesi della periferia – ossia spostando la II Guerra dei Trent’anni (1914-1945) nei Paesi del Terzo Mondo e nei Balcani, in maniera che le industrie belliche dell’Ovest e dell’Est avessero, comunque, i loro teatri di sbocco. Ben poco poteva fare la Repubblica Polare della Cina definendo i primi socialimperialisti e i secondi imperialisti tout court, e bollandoli entrambi con l’espressione di egemonisti.
Negli anni Novanta il mondo è cambiato. Divenne “statunitense-centrico”. Dopo il crollo dell’Unione Sovietica, gli Stati Uniti d’America sono diventati l’unica superpotenza ad assumersi la responsabilità del destino dell’umanità, ossia il proprio “destino manifesto”. Il concetto di “fine della storia”, sviluppato dal famoso politologo americano, professore della Johns Hopkins University, Francis Fukuyama, sebbene criticato da alcuni esperti negli Stati Uniti d’America, non è stato tuttavia seriamente rivisto. A loro volta, le guerre a macchia di leopardo in Asia, in Jugoslavia e la difficile situazione nel continente nero (il genocidio in Rwanda nel 1994, fra l’indifferenza delle Nazioni Unite e le molteplici guerre locali) hanno sollevato la questione del diritto di interferire negli affari interni dei Paesi per tutelare i diritti umani.
Anche la situazione nell’ex Unione Sovietica cambiò. La dirigenza locale sembrava che decidesse di abbandonare completamente la propria sovranità e di integrarsi il più possibile nelle strutture politiche occidentali.
V’è da ricordare la conversazione tra l’ex presidente degli Stati Uniti d’America, Richard Nixon (l’ultimo grande presidente statunitense), e l’ex ministro degli Esteri di Boris Nikoláevič El’cyn, Andrey Vladimirovič Kozyrev, avvenuta nel giugno 1992. Quando è stato chiesto da Nixon, in che modo il governo russo determinava le priorità nazionali del suo Paese, Kozyrev rispose che i suoi capi erano guidati da valori universali: «Forse voi, come amico della democrazia russa, aiuterete a formulare questi interessi?» chiese Kozyrev. L’ex presidente degli Stati Uniti d’America replicò brevemente che non si sarebbe impegnato a farlo, sperando che il ministro le formulasse da solo. Tuttavia, dopo che Nixon lasciò l’edificio del Ministero degli Esteri, non poté resistere a dichiarare che era improbabile che un tale capo del dipartimento diplomatico russo, potesse guadagnarsi il rispetto dei suoi compatrioti.
L’idea principale degli Stati Uniti d’America dopo il crollo del sistema bipolare era quella di adottare misure per prevenire l’emergere di eventuali concorrenti seri nell’arena internazionale, soprattutto in Eurasia. Tuttavia, questo sforzo nascondeva una contraddizione strutturale: il mondo è troppo complesso e diversificato per essere controllato da un unico centro. Ed attualmente l’umanità si trova di fronte a situazioni in cui il sistema del diritto internazionale funziona sempre meno.
I poteri nell’arena mondiale sono stati sconvolti, e senza un diritto internazionale rispettato da tutti è impossibile parlare dell’esistenza di un sistema di equilibrio, ma solo di diritto mondiale, inteso come costruzione unicamente nell’interesse del Paese egemone ed egemonista, il cui ruolo è sempre più rivendicato dagli Stati Uniti d’America.
La ragione della crisi in cui si trova ora la diplomazia mondiale sono le ambizioni esorbitanti degli Stati Uniti, che hanno trovato espressione nell’interventismo “liberal” del partito democratico e nell’ideologia neoconservatrice di quello repubblicano.
L’ascesa economica della Repubblica Popolare della Cina, così come la formazione delle proprie basi di politica estera da parte della Federazione Russa, che si è ripresa dalle conseguenze della “terapia d’urto” e della quasi-svendita operata da El’cyn, ha gradualmente creato le condizioni per la formazione delle basi di una nuova multipolarità nell’equilibrio di potere. Il problema è che è estremamente svantaggioso per gli Stati Uniti d’America riconoscere questa nuova realtà, perché la posizione unica di Washington dopo la fine della guerra fredda gli ha portato considerevoli dividendi economici e politici. Inoltre la Casa Bianca ha padroneggiato nuovi meccanismi per controllare l’attività dei propri partner. Ad esempio, molte delle tecnologie strategicamente importanti di cui molti Paesi hanno bisogno, si basano su brevetti statunitensi.
Naturalmente, per gli Stati Uniti d’America, l’intensificarsi della politica estera russa, a partire dalla seconda metà degli anni Duemila, è stata per molti versi una spiacevole rivelazione. Se la Repubblica Popolare della Cina si è sviluppata gradualmente, per il momento senza criticare Washington su questioni controverse, allora la posizione di Mosca, a partire dal discorso di Vladimir Vladimirovič Putin a Monaco nel 2007, e soprattutto dopo il passaggio alla Madrepatria della Crimea nel 2014, ha cominciato a essere percepita dalla Casa Bianca come una sfida che mira a restituire l’influenza perduta in Eurasia e nel mondo nel suo insieme.
Era possibile evitare il conflitto, che ha portato a scontri di interessi tra Stati Uniti d’America-NATO e Russia sul territorio di Georgia, Ucraina e Siria? Alcuni esperti pensano di sì. Il noto politologo britannico Richard Sakwa – professore all’Università del Kent – ha osservato che il problema principale dell’Occidente è che per molti anni non ha trovato meccanismi efficaci per integrare Paesi come la Russia e la Repubblica Popolare della Cina nell’orbita dei propri valori. Sviluppando questa idea, possiamo osservare che le condizioni per una tale associazione avrebbero dovuto essere discusse su basi paritarie e non imposte dall’esterno.
Ci sarà un politico nell’Europa di oggi che saprà tornare alla cooperazione e al compromesso con Mosca, facendo rivivere l’idea di Europa di de Gaulle dall’Atlantico agli Urali? In Italia di certo no: in Francia e Germania forse. Mentre, nel complesso, i politici attuali a Bruxelles – con le parentesi dedicate al tentativo di proibire il Buon Natale, per l’inclusività politicamente corretta – sono più interessati a servire gli interessi di Washington.
Per cui la ragione dell’alienazione sorta tra Russia, Repubblica Popolare della Cina e Occidente è nell’arroganza dei cosiddetti Paesi sviluppati è che di fatto negano agli altri l’esistenza di priorità nazionali, imponendo – da bravi gauleiter – la sfera di interessi di terzi.
Lo sviluppo delle relazioni della Russia con i Paesi dell’Est, e soprattutto con la Repubblica Popolare della Cina, è destinato a compensare le perdite che Mosca ha subito a causa del confronto con l’Occidente. Tuttavia, secondo alcuni esperti, Pechino non si fida completamente dell’attuale élite politica russa. Le attuali complicazioni nelle sue relazioni con Washington e Bruxelles a volte sono qui considerate nient’altro che una fronda, che può finire non appena i politici occidentali offrono un compenso decente. Tutto questo con la speranza che poi la Federazione Russa passerà a una coerente politica anti-cinese. Tali timori non sono irragionevoli, ma è improbabile che la lobby anti-russa al Congresso degli Stati Uniti d’America trovi strateghi così sottili da garantire una tale spaccatura.
Oggi molto dipende dalla politica della Casa Bianca. Non si può escludere che le incerte azioni del presidente statunitense – vedi la letterale fuga dall’Afghanistan –è probabile che contribuiranno a chiarire la piattaforma su cui emergerà un diverso concetto di politica estera da parte di Washington forse più adeguato alla mutata realtà, poiché la perdita di potenze e fiducia da parte degli alleati è stata inevitabilmente compromessa a Kabul.
Ogni anno diventa sempre più chiaro che il mondo moderno ha bisogno di nuove basi di valore per il suo sviluppo. Con tutti i noti meriti della democrazia liberale, essa dovrò lasciare la scena storica. Ma quali concetti lo sostituiranno e aiuteranno l’umanità a uscire dalla crisi? Ci sarà qualche modello di meritocrazia o transumanesimo, che ora va di moda in certi ambienti? È troppo presto per rispondere definitivamente a questa domanda. Il fatto è che, un quarto di secolo dopo la fine della guerra fredda, l’inimicizia ideologica è riemersa tra Europa e Russia. Non ultimo motivo della sua nascita risiede negli sforzi di Washington per impedire il rilancio dell’idea di “Europa da Lisbona a Vladivostok”. Per gettare le basi per superarla, è necessario riconoscere il diritto di Federazione Russa e Repubblica Popolare della Cina a perseguire una linea di politica estera indipendente e ad intensificare i contatti con Mosca e Pechino nel quadro dei progetti di integrazione del multilateralismo che sino all’implosione dell’Unione Sovietica (25 dicembre 1991) aveva garantito stabilità.