Italy

La cultura è in lockdown. "Così si danneggia anche la nostra anima"

La porta di un museo si dischiude riversando quel caratteristico profumo del tempo. Oggi in quelle sale la prima percezione che ci pervade è la desolata solitudine. Mai è stato così evidente come quelle opere siano state realizzate per essere viste, apprezzate, studiate, condivise. Da mesi, invece, la "grande bellezza" di musei, teatri, biblioteche, cinema è negata a singhiozzo a colpi di Dpcm. Quel che rimane non è solo una calendarizzazione, per quanto bizzarra, ma un tragico messaggio sociale.

Mentre il presidente Emmanuel Macron ha sancito la riapertura dei musei francesi dichiarando che "la cultura è essenziale per la nostra vita di cittadini", in Italia è posta sullo stesso piano dell’intrattenimento: al pari di una serata in discoteca o uno spritz con gli amici. Questo, in fondo, è il dato che rimane, un problema che la pandemia sta solo togliendo dall'ombra per metterlo in luce. Così, tra le righe dei vari decreti, si comprende l'effettivo peso dato alla cultura nel nostro paese. Per decenni il mantra di ogni dibattito dell'anti-politica culturale è stato "con la cultura non si mangia", finché si è compreso che anche nel settore culturale andasse effettuata la distinzione tra rendimento economico e finanziario e fatta una precisa programmazione duratura che coinvolgesse categorie e territori. Certo, ogni tanto c'è stato qualche sbandamento di assestamento ma, tutto sommato, il fatto che il patrimonio culturale fosse un pilastro fondamentale del sistema paese è diventato un concetto assimilato. Quanto meno si è arrivati all'abc.

Purtroppo la pandemia ha messo in luce un ulteriore problema che in sé svela la crisi culturale italiana e la voragine lasciata dalla fuga dei nostri migliori cervelli. Ora, ci si deve chiedere se davvero tutte quelle categorie ritenute "improduttive" - con cui non si mangia - come l'istruzione, la sanità, la qualità della vita, il volontariato e dell'ambiente debbano essere riscritte all’interno del patto sociale e ritenute definitivamente forze trainanti del Paese. Sentendo l'opinione degli addetti ai lavori il "sentire" è ormai chiaro:

"La riapertura dopo il lockdown aveva riacceso qualche speranza,- ci racconta Marina Mattei, archeologa già curatrice ai Musei Capitolini di Roma - malgrado un calo di quasi il 90% degli accessi. Nei musei di Roma, ad esempio, gli investimenti fatti per gestire gli afflussi protetti (igienizzazioni, adeguamenti di percorsi, dotazioni di strumenti di protezione) avevano portato un ritorno del pubblico impensato del pubblico italiano. Poi di nuovo il buio. Se doveva arrivare un messaggio sulla prospettiva che il Governo indirizza alla cultura mai messaggio poteva essere più chiaro. La pandemia rischia di danneggiare anche la salute della nostra anima."

Sono stati chiusi anche quei piccoli musei in cui era evidente che non ci sarebbero mai stati assembramenti?

"Non trovo motivazioni collegate alla salvaguardia della salute. Quello che emerge è la totale assenza di valutazione dei casi. Nessuno si è sforzato di tenere in conto la diversità intrinseca dei singoli luoghi: non tutti i musei sono il Louvre con centinaia di persone accalcate dentro una stanza per poter vedere una sola opera. Avevamo creato contingentamenti e liste d'attesa. Non credo che i musei rappresentino un pericolo per la salute, anzi possono essere una cura in una situazione di burn-out e di stress diffuso che si sta creando anche tra i giovani."

Si stima che il comparto turistico sarà, comunque, in calo fino almeno al 2023 non sarebbe stato più opportuno cogliere l’occasione per ridisegnare e finalizzare meglio il sistema museale specie a Roma che si prepara per un Giubileo tra quattro anni?

"Sarebbe stata buona cosa pensare a un piano emergenza Covid specifico per formazione e cultura. Se mancherà il pubblico straniero non significa necessariamente che gli italiani debbano essere privati della propria cultura. C'è da augurarsi che si ripensi al ruolo del museo all'interno del sistema nazionale e dell'identità di sviluppo territoriale più che fare campagne marketing oriented. Ad esempio, i custodi che non sono recuperabili in smart working avrebbero potuto essere utilizzati in un piano di inventario delle collezioni; si potevano trasformare i musei in centri di ricerca o farne spazi per la scuola dove si potesse lavorare in modo alternativo. Ci sono piccoli musei che non aprono quasi mai per assenza di personale, poteva essere un'occasione riaprirli proprio in questa occasione per riagganciarli al territorio."

Oltre ai musei si chiudono anche le biblioteche. Nel peggio sembra esserci una certa tragicomica coerenza.

"Le biblioteche negli anni hanno avuto alcuni incentivi, ma non c'è stato un lavoro adeguato e coordinato alla digitalizzazione che oggi possa permettere l'accesso on line al vasto pubblico. Oggi chi studia fatica ad accedere alle fonti e non potrà che rendere tutto più superficiale. La cultura è una filosofia di vita, un bene primario specie nel nostro paese. Nel passato le grandi città italiane si connotavano grazie ai mecenati che investivano sulla bellezza e sull'arte, mentre ora preferiamo garantire l'accesso al 'gratta e vinci' nelle tabaccherie piuttosto che alle collezioni un museo."

Non è difficile immaginare che il futuro dell'Italia possa essere costellato di musei dimenticati come in un cimitero di elefanti. In molti si sono fatti investimenti importanti, come il Museo di Reggio Calabria per i Bronzi di Riace, il Museo di Taranto, poli creati per permettere ad aree depresse di rialzarsi attraverso la cultura e il turismo.

"La cultura è in qualche modo simile alla salute: bisogna fare molta prevenzione e molti screening. Contro la malattia bisogna affidarsi a professionisti incentivati e preparati. È necessario realizzare piani programmatici che tengano conto di attente analisi preventive e soprattutto delle nuove generazioni. Questa crisi annunciata del settore cultura metterà a rischio la formazione e la creazione di posti di lavoro. Il personale andrà in pensione e non verrà sostituito, i concorsi che non si faranno, mancherà l'attività di ricerca. I ragazzi saranno obbligati a scegliere altro e quell’altro non è detto che sia sempre il meglio per loro e per il nostro Paese."

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