Italy

La fuga dal Pd in Veneto e Liguria: un elettore su 5 ha cambiato idea

I risultati delle consultazioni elettorali di domenica e lunedì ci offrono un quadro nuovo e per certi versi inaspettato dello scenario politico.

Specie perché molti elettori hanno mutato le loro scelte politiche rispetto alle europee. Ad esempio, secondo i flussi elaborati dall'Istituto Cattaneo, a Venezia quasi un elettore su 5 (18%) che aveva scelto Pd nel 2019 ha optato questa volta per Zaia. E a Genova il 14% degli ex votanti per il Pd ha votato Toti. Di converso, a Napoli, il 63% dei leghisti ha scelto De Luca. Insomma, rivolgimenti totali di scelte, dettate in questa occasione, soprattutto dall'attrattiva personale dei governatori.

L'esito del referendum era invece scontato. Meno lo era l'entità dei suffragi espressi per il «No», dato al 10% ancora questa estate. Tanto che c'è chi sostiene che se la campagna per il No iniziata solo da qualche settimana fosse potuta durare di più, il risultato avrebbe anche potuto invertirsi. Il 30% che ha votato è la prova dell'esistenza di un ampio settore di votanti scettico di fronte alle proposte populiste, spesso trasversale all'elettorato dei vari partiti e che è, forse, in attesa di una sua rappresentanza.

Le stime sui flussi elettorali lo dimostrano. Secondo quelle di Opinio, il 37% di elettori del Pd ha contravvenuto alle indicazioni del proprio partito, bocciando la riforma costituzionale proposta. Percentuali sono un poco inferiori si trovano tra i votanti di Forza Italia e della Lega (entrambe con il no al 34%) e di Fratelli d'Italia (36%).

I dati di altri istituti confermano la spaccatura all'interno del Pd: secondo Tecnè, addirittura la maggioranza (55%) degli elettori Pd avrebbe votato per il No. Swg stima invece che ciò sia avvenuto per il 43%.

Convalida questo quadro anche l'Istituto Cattaneo, che, in uno studio focalizzato su quattro città campione, sottolinea come «il Pd è il partito dove la spaccatura tra il fronte del Si e quello del No è più marcata» (specialmente a Napoli, dove avrebbe votato per il No la maggioranza 53% - degli elettori del partito di Zingaretti). Sono tutti segnali di come nel Pd convivano di fatto (almeno) due anime, l'una opposta all'altra, con atteggiamento contrastanti nei confronti del M5S e delle sue proposte (e, per alcuni, della stessa opportunità e convenienza ad allearsi col movimento grillino): la divisione interna al Pd appare assai significativa ed è probabile che si manifesti ancora più apertamente nel prossimo futuro.

Un altro elemento importante che emerge dal voto è l'accentuazione del rilievo dei presidenti di Regione. Tra questi, diversi hanno avuto affermazioni di grande portata. Chi ha puntato, specie negli ultimi mesi, su una politica del «territorio» è stato premiato. E' il caso, ad esempio, sia pure su fronti politici opposti, di Zaia in Veneto e di De Luca in Campania. Entrambi si sono dimostrati, ognuno a suo modo, particolarmente vicini ai cittadini durante l'emergenza Covid: secondo Swg è di questo parere più dell'80% degli elettori delle rispettive regioni. E, come emerge dai flussi elaborati dalla stessa Swg e dall'istituto Cattaneo, entrambi hanno conquistato voti che, in passato, erano della parte avversa o finiti nell'astensione. Anche Toti in Liguria ha raccolto consensi nella vicenda della ricostruzione del ponte Morandi. Lo stesso Emiliano in Puglia ha saputo, sia pure con scelte discutibili, attirare voti, conquistando persino il 20% dei voti ex M5S.

Tutto ciò suggerisce come il ruolo e il rilievo dei governatori, come espressione del territorio, emerga consolidato da queste elezioni. In passato questi ultimi (ad esempio, sia Zaia, sia De Luca) si sono trovati in dissenso, talvolta polemico col governo nazionale. Oggi il loro potere appare ancora rafforzato.

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