Italy

La nobile fuga  di Carlo Alberto dopo la battaglia di Novara

Caro Aldo,
l’altro giorno lei ha fatto cenno alla fuga di Carlo Alberto dal campo di battaglia di Novara. Ci racconta come andò?
Marco Gatti Milano

Caro Marco,
E’ il 23 marzo 1849. A Novara l’esercito è sconfitto, ma si batte bene. Scrive Radetzky: «Quei diavoli di piemontesi sono sempre gli stessi e, malgrado il minor numero loro e la stanchezza delle marce fatte, ho creduto più di una volta dovermi ritirare». (Quello stesso giorno insorge Brescia, e si batterà contro gli austriaci per dieci eroiche giornate). Carlo Alberto cammina da solo nelle vie battute dal fuoco nemico, invano gli scudieri tentano di trascinarlo via, il re cerca una palla che metta fine alle sue sofferenze. Anche i suoi figli sono salvi per caso: il minore, Ferdinando, duca di Genova, ha avuto due cavalli uccisi sotto di lui. Scrive Massimo D’Azeglio: «Sia salvato almeno il nostro onore nella memoria degli uomini».
Carlo Alberto convoca i generali e i figli. Chiede se c’è ancora speranza di battersi. Tutti dicono di no. Lui risponde: «Da questo momento io non sono più il re; il re è Vittorio, mio figlio». Parte quella notte stessa, solo con il cocchiere e lo stalliere, in tasca un passaporto intestato a un colonnello in pensione, il conte di Barge. Non si ferma neppure a firmare l’abdicazione, devono rincorrere la carrozza, spiegargli che è necessario. Carlo Alberto attraversa Novara a occhi chiusi, per non vedere i resti del suo esercito. Lo ferma un posto di blocco austriaco. Il sovrano dice di essere il conte di Barge. La pattuglia lo scorta dal generale Thurn.
Carlo Alberto è disperato, teme di essere riconosciuto e finire nelle carceri austriache, e in effetti il generale l’ha riconosciuto, ma vorrebbe evitargli l’ultima umiliazione. Decide di lasciarlo andare; deve però salvare le forme. Viene chiamato un bersagliere, che trasale trovandosi di fronte il suo re. Thurn gli chiede: «Conoscete quest’uomo?». «Lo conosco bene» risponde il bersagliere. «Attento, potete confermare che si tratta del conte di Barge?» lo indirizza Thurn. «È il conte di Barge, lo conosco bene, è lui senza dubbio» risponde il bersagliere, in lacrime. La via dell’esilio è aperta. Carlo Alberto impiegherà ventisette giorni a raggiungere il Portogallo, e tre mesi a morire.

LE ALTRE LETTERE DI OGGI

Storia

«Perché ho salvato la vita al signor “il Covid non esiste”»

Sono un rianimatore di un grosso ospedale lombardo, centro di riferimento per il Covid-19. L’altra notte in reparto abbiamo cambiato una cannula trachestomica a un paziente in rianimazione per severa insufficienza respiratoria da Covid-19 che ha necessitato di ventilazione invasiva e supporto delle funzioni vitali. Cannula che ha la peculiarità di permettere la fonazione, e quindi, finalmente, la capacità di espressione verbale. Uno dei primi concetti espressi del paziente è stato: «Il Covid non esiste!». Il mio giovane e bravo collega gli ha fatto notare che si trovava lì per il Covid-19, che noi avevamo trattato e curato («con successo» ha forse specificato con giusto e meritato orgoglio) nelle precedenti tre settimane. Risposta: «Cosa c…o volete, un applauso?». Malevoli pensieri si sono auto-generati, ma la necessità di rispetto del giuramento prestato ha reso virtù il consiglio che Virgilio rivolse a Dante nel III canto dell’Inferno «non ti curar di lor, ma guarda, e passa». Comunque, coerenza nel proprio credo, capacità di sintesi e seraficità sono certo da apprezzare. Torno a casa da mia figlia di due mesi che mi accoglie con un gran sorriso, nonostante i 12 giorni consecutivi in cui non mi ha praticamente visto. Devo portarla a fare il suo primo vaccino esavalente, e mi accorgo che l’appuntamento era due giorni prima. Appuntamento ripreso nel giro di pochi giorni, ma ho passato un pomeriggio concentrato a cospargermi il capo di cenere. Le avevo negato il beneficio di una delle poche scoperte che hanno cambiato la storia della epidemiologia medica degli ultimi (quasi) due secoli, perché impegnato a permettere al signor «il Covid non esiste» nuovamente il suo pensiero.
Un medico rianimatore

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Vi proponiamo di mettere in comune esperienze e riflessioni. Condividere uno spazio in cui discutere senza che sia necessario alzare la voce per essere ascoltati. Continuare ad approfondire le grandi questioni del nostro tempo, e contaminarle con la vita. Raccontare come la storia e la cronaca incidano sulla nostra quotidianità. Ditelo al Corriere.

MARTEDI - IL CURRICULUM

Pubblichiamo la lettera con cui un giovane o un lavoratore già formato presenta le proprie competenze: le lingue straniere, l’innovazione tecnologica, il gusto del lavoro ben fatto, i mestieri d’arte; parlare cinese, inventare un’app, possedere una tecnica, suonare o aggiustare il violino

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MERCOLEDI - L'OFFERTA DI LAVORO

Diamo spazio a un’azienda, di qualsiasi campo, che fatica a trovare personale: interpreti, start-upper, saldatori, liutai. 

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GIOVEDI - L'INGIUSTIZIA

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VENERDI -L'AMORE

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Vi proponiamo di fissare la memoria di una persona che per voi è stata fondamentale. Una figlia potrà raccontare un padre, un marito la moglie, un allievo il maestro. Ogni sabato scegliamo così il profilo di un italiano che ci ha lasciati. Ma li leggiamo tutti, e tutti ci arricchiranno. 

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