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La Pre-Cop26 di Milano è un’occasione per cambiare rotta sull’ambiente

Gli oltre 20 scienziati provenienti da tutto il mondo che hanno preso parte alla realizzazione della ricerca “Early onset of industrial-era warming across the oceans and continents” pubblicata alcuni anni fa dalla rivista Nature, hanno messo a segno un’importantissima scoperta riguardo al cambiamento climatico, provando che il riscaldamento degli oceani è iniziato a metà del 19° secolo, intorno al 1830, contemporaneamente al riscaldamento dell’emisfero settentrionale del globo terrestre. 

Dire che il 1830 è la data di inizio del fenomeno del riscaldamento globale equivale a comprovare che questo processo è iniziato prima di quanto pensiamo e circa mezzo secolo prima delle prime rilevazioni scientifiche che sono state effettuate con una strumentazione adeguata. «Lo studio ha rilevato che il riscaldamento è iniziato durante le prime fasi della rivoluzione industriale ed è rilevabile per primo nell’Artico e negli oceani tropicali intorno al 1830, molto prima di quanto gli scienziati avevano previsto» – aveva spiegato la principale autrice dello studio, Nerilie Abram, dell’Australian National University (Anu).

Il primo risultato eclatante di questa scoperta è stata la consapevolezza che il clima reagisce velocemente ai cambiamenti indotti dall’uomo, in questo caso all’emissione di gas serra, considerati la causa principale del riscaldamento globale. Pensiamo che i livelli di questi gas già nel corso del 1800 sono aumentati da circa 280 parti per milione (ppm) a circa 295 ppm; oggi superano le 400 ppm. Nell’emisfero australe, invece, non è iniziato prima del 1900; e questo è un altro punto fondamentale, in quanto cambia il presupposto sul quale ci si è basati fino ad ora: non si può più parlare di un aumento generale della temperatura del pianeta, in quanto questo si surriscalda in maniera differente: tant’è che alcune aree ne soffrono di più, ad esempio il Nord Europa e il Nord America, e altre meno.

Se da un lato le conclusioni dello studio erano preoccupanti in quanto i dati confermano che il riscaldamento degli oceani è a uno stadio avanzato e che le conseguenze indotte dell’azione antropica non sono limitate al solo 20° secolo; dall’altro vi era l’elemento positivo che queste scoperte potessero aiutare nelle ricerche future per affrontare e limitare l’impatto delle emissioni di gas serra sul clima.

Ritengo tuttavia urgente, allo stadio attuale delle cose, introdurre un terzo asse su questo classico schema delle buone e delle cattive notizie, un asse che investe il grande tema della consapevolezza degli individui. Per decenni, più o meno inconsapevolmente a seconda dei casi, milioni e milioni di persone hanno scelto, preferito o finto di non sapere, o semplicemente hanno completamente ignorato l’entità dei danni che le nostre società sono state capaci di infliggere al pianeta.

Credo che uno dei meccanismi psicologici di fondo sia che ogni generazione abbia inconsciamente sentito di avere una sorta di bonus rispetto alle proprie azioni e ai danni causati dal perseguire i propri interessi. Questo accade quando non si ha una visione storica, prospettica, in grado di includere il passato nel presente. Quando l’esperienza passata non informa le scelte correnti, la visione rimane di breve o brevissimo termine. Ogni passaggio culturale, industriale e generazionale fa così tabula rasa, dando l’illusoria e rassicurante sensazione che si riparta da zero, e che il cielo sia il limite, sempre e comunque, a nostro uso, consumo e beneficio.

Ora, sappiamo in maniera incontrovertibile che no, il bonus – se mai è esistito – non soltanto è finito: doveva finire molti decenni fa. Dobbiamo quindi fare i conti con la consapevolezza che sono addirittura due secoli che mettiamo tragicamente a rischio il futuro dell’umanità tutta sul pianeta.

Chissà che vedere il mondo da questa prospettiva non ci faccia sentire finalmente il peso di 200 anni di errori colossali, generando in noi un moto di ribellione interiore così forte, così ineludibile, da portarci a scrivere come società umane una storia diversa da quella prospettata e apocalittica che diventa sempre più concreta ogni giorno.

Le occasioni non mancano, la prima tra quelle formali avverrà a Milano dal 30 settembre al 2 ottobre e sarà l’ultima riunione ministeriale ufficiale prima della 26a Conferenza delle parti sul cambiamento climatico delle Nazioni Unite (Cop26) che si terrà a novembre a Glasgow con oltre 30mila delegati tra capi di stato, esperti climatici e attivisti. Alla Pre-Cop di Milano parteciperanno i rappresentanti di circa 40 stati, i rappresentanti del segretariato dell’Unfcc, i presidenti degli organi sussidiari della convenzione e una serie di attori della società civile con un ruolo significativo nella lotta al cambiamento climatico o nella transizione verso lo sviluppo sostenibile. Con essi mi prefiggo di interagire, e da essi mi auguro di ottenere rassicurazioni sostanziali circa l’individuazione di un preciso orientamento.

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