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La rivincita dei "gregari": dieci sherpa in cima al K2 (mai raggiunta d'inverno)

Si sono ripresi la vetta. Per primi. D'inverno. Erano in 10, da spedizioni diverse: si sono aspettati, sotto la cima, per posarvi i loro piedi di sherpa, cantando insieme l'inno nepalese. Il K2 è per tutti la montagna degli Italiani, che per primi lo scalarono, lungo lo sperone Abruzzi il 31 luglio 1954, agli ordini di Ardito Desio: summiteers Achille Compagnoni e Lino Lacedelli; eroi - ben più che coprotagonisti - Walter Bonatti e l'hunza Mahdi. Da ieri, però, il K2, fra Pakistan e Cina, è la cima degli sherpa nepalesi, del riscatto, di chi di solito vive da gregario, col peso dello zaino altrui e una citazione a fondo pagina, se va bene. Con gioco di squadra e un probabile ordine di scuderia e fair play inedito a quelle quote, il sogno impossibile del K2, ultimo Ottomila inviolato in invernale, è diventato realtà.

Gli 8609 metri del K2 sono i più difficili dell'Himalaya, anche nella stagione «normale». Figuriamoci in inverno, nonostante l'impiego di ossigeno supplementare che permette di respirare ad una quota «di crociera» di 6mila metri, evitando, solo talvolta, congelamenti e guai più seri. Segnatevi i nomi di chi aveva, fino a oggi, avuto una vita da mediano, che spiana il passo a «clienti» venuti da Occidente e da Oriente: il trio Mingma Gyalje, Dawa Tenzing e Kilu Pemba, insieme a Sona sherpa in rappresentanza di Seven Summit Treks, quindi Mingma D, Mingma Tenzi, Dawa Temba, Pemchiiri e Gelje, moschettieri dell'ex soldato gurkha Nirmal Purja che, due anni fa, scalò tutti i 14 «Ottomila» in sei mesi e 6 giorni. La gloria è loro, mentre, purtroppo, nelle stesse ore, scendendo al campo base avanzato, perdeva la vita lo spagnolo Sergi Mingote. Precipitato dalla parete è stato soccorso prima dal compagno cileno Juan Pablo Mohr, poi dall'italiana Tamara Lunger che, assieme al collega albanese Alex Gavan, sta tentando la montagna.

Gioia e tragedia sono sempre in cordata nella vita come in quota. Sull'Himalaya tutto, poi, è amplificato: dalla fatica alla concordia non sempre facile fra scalatori, fino alla fuga in avanti di chi un giorno si alza e ci prova. La conquista degli Ottomila comincia in estate e si snoda fra il 1950 e il 1960. L'Everest è il più ambito: lo salgono nel 1953 il futuro sir Edmund Hillary e il portatore Tenzing Norgay, antesignano dei dieci nepalesi di ieri. L'epopea del «by fair means» arriva negli anni Settanta con Reinhold Messner che, senza ossigeno, si arrampica su Everest, Manaslu e Gasherbrum I. Il fascino per le invernali si accende dagli anni Ottanta al 2016, prima con la scuola polacca, poi con Simone Moro che, senza ossigeno, se ne «intasca» quattro: Makalu, Shisha Pangma, Gasherburm II e Nanga Parbat. Il K2, però, sembra invincibile: fra 2003 e 2018 solo Denis Urubko, imprevedibile kazako, raggiunge quota 7600-7800, ammutinandosi dalla sua spedizione, pur di tentare l'assolo. Non basta. La squadra serve davvero: ieri lo si è capito. Quest'anno al campo base, fra i ghiacci del Baltoro, sono arrivate cinque spedizioni, alcune indipendenti, anche da America, Islanda, Bulgaria e Grecia. Italiani? Oltre a Lunger c'è il milanese Mattia Conte, avvocato, ex velista.

Ognuno ha il suo sogno, ma quello dei nepalesi è più forte. Dopo una prima rotazione di acclimatamento, gli sherpa sono saliti. Prima il lavoro: hanno sistemato le corde fisse fino a campo 4 e al celebre collo di bottiglia. Poi una notte proprio dove, senza tenda, bivaccarono disperati, nel 1954, Boznatti e Mahdi. Quindi la decisione: oggi saliamo noi. Sì, con l'ossigeno e sotto un sole irreale e benigno. Da domani torneranno al servizio degli altri. Che potranno salire, magari anche senza ossigeno, per un'altra prima, un altro record. Ormai, per sempre, sulle loro tracce.

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