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La rivolta ecologista dei cittadini in Serbia

Pubblicato originariamente su Osservatorio Balcani e Caucaso Transeuropa

La manifestazione battezzata “Rivolta ecologista”, svoltasi a Belgrado lo scorso 10 aprile, che ha visto la partecipazione di migliaia di cittadini, ha sollevato molti interrogativi nell’opinione pubblica locale.

La principale questione emersa dalla protesta non riguarda tanto il tentativo degli organizzatori di richiamare l’attenzione sui rischi ambientali legati alla sempre più palese trasformazione della Serbia in “un posto sicuro” per le tecnologie inquinanti, quanto piuttosto al fatto che la leadership al potere, forse per la prima volta, si è dimostrata incapace di rispondere efficacemente ai messaggi e alle richieste avanzate durante una protesta antigovernativa.

Nella sua prima reazione alla protesta, la ministra dell’Ambiente Irena Vujović ha fatto ricorso alla consueta retorica usata dal governo in situazioni simili.

«Dietro alla finta preoccupazione per l’ambiente si nascondono i protagonisti di una politica fallita e i falsi ambientalisti, spesso sostenuti dall’estero. Qualunque cosa io faccia da ministra dell’Ambiente, qualunque cosa decida il governo, loro rimarranno fedeli alla loro agenda politica», ha affermato Vujović.

La premier Ana Brnabić ha assunto un atteggiamento leggermente diverso rispetto a quello adottato dalla ministra dell’Ambiente, affermando che l’ecologia è un «tema molto importante» che dimostra quanto la Serbia sia cambiata. «Questo tema dimostra che in Serbia la priorità non sono più i posti di lavoro e le pensioni, perché quando cominciate ad occuparvi dell’ambiente, questi sono i problemi del Primo mondo», ha dichiarato Brnabić.

È interessante notare che il presidente Vučić non ha commentato in alcun modo la recente protesta, nonostante il suo nome sia stato più volte citato durante la manifestazione in un contesto decisamente negativo.

Invece di reagire bruscamente, come ha sempre fatto finora, il presidente serbo ha cercato di sminuire l’importanza della protesta ambientalista pubblicando sul suo profilo Instagram una foto – scattata proprio mentre era in corso la manifestazione – che lo ritrae in compagnia della sua segretaria per l’informazione Suzana Vasiljević della premier Ana Brnabić e del ministro delle Finanze Siniša Mali durante «un brunch leggero».

Sembra però che a Vučić questo brunch sia andato di traverso, soprattutto dopo aver ricevuto le informazioni sulle reazioni dei cittadini alla protesta svoltasi a Belgrado. Noto per essere un appassionato lettore di sondaggi dell’opinione pubblica, Vučić ha subito intrapreso azioni concrete.

Tre giorni dopo la protesta, la miniera Jama di Bor, nell’est della Serbia, gestita dall’azienda cinese Zijing, è stata chiusa con l’intento – come ha spiegato la ministra dell’Energia Zorana Mihajlović – di proteggere l’ambiente.

Mihajlović ha invitato l’azienda Zijing a non compiere alcuna azione senza l’autorizzazione del ministero delle Miniere e dell’Energia e ad assicurarsi di essere in possesso di tutti i permessi rilasciati dal ministero dell’Ambiente.

La ministra Mihajlović ha inoltre affermato di essere «contenta del fatto che esista l’attivismo e che i cittadini si preoccupino della qualità dell’aria e della situazione dei fiumi in Serbia».

Un altro aspetto da sottolineare è che i tabloid serbi non hanno lanciato alcuna campagna denigratoria contro i partecipanti alla “Rivolta ecologista”, cosa che fino ad oggi era inimmaginabile, perché i tabloid si sono sempre schierati dalla parte del potere, anche in situazioni molto più innocue di quella attuale.

Tutto questo suggerisce che in Serbia l’ecologia è diventata un tema politico per eccellenza e che i messaggi e le lezioni da trarre dalla recente protesta possono rivelarsi molto importanti non solo per il governo, ma anche, e soprattutto, per l’opposizione che, nonostante il crescente malcontento nella società, non è in grado di riunire tante persone quante erano presenti alla protesta.

Cos’è la “Rivolta ecologista”
La “Rivolta ecologista” si innesta su una serie di iniziative civiche organizzate recentemente in tutta la Serbia, dalla rivolta di un gruppo di cittadini riuniti nel movimento “Difendiamo i fiumi della Stara planina” contro la costruzione di piccole idrocentrali alle proteste contro l’inquinamento atmosferico organizzate a Belgrado e in alcune altre città, passando per la mobilitazione contro il progetto della compagnia Rio Tinto di aprire una miniera di jadarit (un nuovo minerale scoperto nell’area del fiume Jadar, ndt) nei pressi del confine tra Serbia e Bosnia Erzegovina.

Si tratta di movimenti nati localmente che si ispirano all’attivismo civile ed ecologista e – questo è l’aspetto più importante – non hanno fatto propria l’ideologia basata sullo slogan “Dole Vučić” (“Abbasso Vučić”).

Aleksandar Jovanović Ćuta, attivista dell’associazione “Difendiamo i fiumi della Stara Planina” e uno degli organizzatori della “Rivolta ecologista”, ha dichiarato che alla protesta «è venuta tutta la Serbia, quelli che si sono vaccinati e quelli che non si sono vaccinati, quelli che hanno votato per il Partito progressista serbo (SNS) e quelli che non si sono nemmeno recati alle urne».

Gli organizzatori della manifestazione, riuniti in una settantina di organizzazioni, hanno inviato al governo una lista di 13 richieste concrete, chiare, ragionevoli e comprensibili a (quasi) tutti i cittadini serbi.

Da questa iniziativa sia il governo che l’opposizione potrebbero trarre numerose lezioni politiche. Nonostante in Serbia non esista alcun partito verde capace di fare tesoro delle recenti proteste, il governo dovrebbe rendersi conto di non essere in grado di dare una risposta adeguata alle iniziative civiche e di trovarsi di fronte ad un avversario molto più potente dei suoi oppositori politici di lunga data appartenenti a vari partiti.

Per quanto riguarda invece l’opposizione, dalla recente protesta è emerso chiaramente che, invece di spendersi in futili polemiche e lotte tra leader vanitosi, le forze di opposizione, se vogliono sfidare seriamente Vučić, dovrebbero dedicare molta più attenzione ai cittadini e ai problemi che li toccano da vicino, comprese le questioni ambientali.

Chi riuscirà a comprendere meglio i messaggi della “Rivolta ecologista” trarrà senz’altro vantaggi politici da questa manifestazione apolitica.

Quello che è certo è che ad aver guadagnato di più dalla mobilitazione ecologista sono i cittadini serbi che sono riusciti ad affrontare la crudele verità sui pericoli derivanti da investimenti incontrollati e dalla mancata protezione dell’ambiente. Anche se le proteste non dovessero proseguire, le questioni ambientali sono state definitivamente poste sul tavolo e né il governo né l’opposizione potranno più ignorarle.

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