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La storia dei boschi dell’Altopiano in un libro di Luca Trevisan, fra diritti e intrighi

Un libro per indagare il rapporto tra la città di Vicenza e l’Altopiano dei Sette Comuni, fra i quali in passato si è sviluppata una complessa storia di diritti sui boschi. Lo ha scritto il professor Luca Tevisan, Accademico Olimpico e dottore di ricerca in Storia dell’arte moderna all’Università di Verona, grande appassionato della ricerca storica sul paesaggio montano. Attraverso l’esame di documentazione inedita e carte processuali, il suo libro “Il respiro del bosco”, di recentissima pubblicazione, ricostruisce un autentico intrigo.

Professor Trevisan, com’è nata l’idea di questa ricerca?                                         “Si tratta di una ricerca dedicata a un amico purtroppo mancato un anno fa, col quale stavamo ragionando proprio dei temi esposti nelle pagine di questo libro nei mesi prima della sua scomparsa. Il libro indaga i rapporti tra la città di Vicenza e i Sette Comuni in merito allo sfruttamento del patrimonio boschivo altopianese per l’approvvigionamento di una risorsa tanto preziosa come il legname. Vicenza, infatti, sin dalla metà del XIII secolo, dagli anni immediatamente successivi alla morte di Ezzelino III, era divenuta proprietaria di ben nove montagne (Camporosato, Vezzena, Costa, Manazzo, Portule, Galmarara, Pozze, Moline, Marcesina) disposte lungo la corona settentrionale dell’Altopiano e proprio per questa ragione sul finire del Cinquecento i rapporti tra la città e i montanari sfociarono in un clima di tensione”.

Quali sono le ragioni di questa tensione?                                                             “Come è stato riportato dagli storici dell’Ottocento e a lungo tramandato da numerosi studiosi locali, la città di Vicenza affittava sulle montagne di propria pertinenza i pascoli, mentre concedeva gratuitamente ai settecomunigiani il diritto di approvvigionarsi su quelle montagne di legna da ardere e da opera: una sorta di uso civico. Il litigio scoppiò allo scadere degli anni Ottanta del XVI secolo, quando i Sette Comuni si opposero in tutti i modi all’affitto da parte della città di alcuni boschi in Marcesina ad un imprenditore padovano che operava nella filiera del legname: dal taglio, al trasporto, sino alla commercializzazione di una materia prima importantissima per l’economia dell’epoca. Vicenza aveva diritto di affittare il taglio dei boschi per ragioni commerciali all’interno delle proprie montagne? L’individuazione di una nutrita serie di documenti inediti presso il fondo Montagne dell’Archivio Torre in Biblioteca civica Bertoliana, e di altri fascicoli documentali presso l’Archivio storico della Reggenza Sette Comuni e gli Archivi di Stato di Venezia e Vicenza, ha consentito di rileggere completamente la questione, anche alla luce della sua contestualizzazione all’interno di uno scenario internazionale, permettendo di comprendere come quella tramandata sinora dagli studiosi altro non sia che una sorta di semplificazione di un problema viceversa molto più complesso e stratificato”.

Come stavano allora realmente le cose?                                                        “Cercando di riassumere, la città di Vicenza realmente aveva concesso un uso civico ai montanari dei Sette Comuni in merito al taglio dei boschi per l’ottenimento di legname da fuoco e da opera, ma purché essi non ne facessero “mercanzia”, come precisano i documenti. Ma per tagliare essi dovevano possedere un’apposita licenza rilasciata dalla città stessa che aveva una doppia utilità: verificare da un lato che si tagliasse solo nei boschi consentiti (Venezia aveva vietato il taglio dei boschi in corrispondenza dei passi da cui risalivano gli imperiali per “usurpare” le montagne vicentine) e riuscire a dimostrare dall’altro, attraverso questa documentazione, l’uso continuativo di quei boschi da parte veneta; una necessità, quest’ultima, nella lunga contesa per il possesso di quelle montagne in atto proprio tra Venezia e l’Impero. Vicenza si era a lungo disinteressata di quei boschi e della possibilità di sfruttarne il legname per finalità commerciali, anche se non erano mancati, nel corso del Quattrocento, contratti di affitto per il taglio delle selve ad alcuni privati imprenditori. Questo interesse emerse prevalentemente – e di diritto – alla fine del Cinquecento, sicuramente motivato dall’aspra incidenza sulla vita quotidiana della crisi climatica. Come sappiamo, infatti, grazie soprattutto agli studi di Le Roy Ladurie, a partire dalla metà del Cinquecento estati brevi e fredde e inverni particolarmente rigidi si susseguirono in rapida sequenza, dando vita a quella che gli storici hanno definito la piccola glaciazione dell’età moderna. È normale che una risorsa già preziosa come il legname iniziasse ad assumere un valore inestimabile a quell’epoca, soprattutto dopo i diboscamenti che avevano interessato la pianura a partire già dall’epoca medievale. Vicenza aveva la fortuna di possedere alcune montagne sull’Altopiano e decise di non lasciarsi sfuggire l’occasione di sfruttarne le preziose risorse che esse mettevano a disposizione, favorendo così la pratica di concedere in affitto il taglio di alcuni suoi boschi”.

E gli abitanti dell’Altopiano reagirono dunque male diceva…                                 “La risposta in effetti non fu delle migliori. Essi contestarono le politiche vicentine e sostennero che sui boschi di Vicenza essi avevano una prerogativa di uso civico, ancorché non esistesse alcun documento in grado di provarlo, negando a Vicenza la possibilità di tagliare in quelle montagne. Nel 1587 improvvisamente emerse un documento datato al 1327 comprovante la cessione delle montagne di Vicenza ai Sette Comuni da parte di Cangrande I della Scala. La trouvaille al momento più opportuno fu tuttavia alquanto sospetta e l’individuazione di una serie di incongruenze nell’atto svelò che si trattava di un falso ambientato in epoca scaligera e prodotto da due notai a fronte verisimilmente di una richiesta altopianese, che avrebbe recato immensi benefici ai Sette Comuni mettendo Vicenza fuori dai giochi. Ma l’imbroglio venne alla luce e gli artefici del reato pesantemente puniti dalla giustizia veneziana”.

E oggi queste montagne?                                                                                       “Oggi queste montagne rientrano a tutti gli effetti nel territorio dei Sette Comuni. Esse vennero cedute da Vicenza alla Reggenza nel 1783 attraverso un contratto enfiteutico che i Sette Comuni poterono affrancare solo nel 1861, divenendo pieni proprietari di quei monti. Per un periodo la loro gestione – prevalentemente per i diritti di legnatico e di pascolo – rimase indivisa, ma l’insorgere di contese tra le sette comunità montane indusse ad orientarsi (non senza litigi di carattere legale) in favore di una spartizione. Che di fatto avvenne nel 1925, cosicché ancor oggi si suole distinguere in Altopiano una zona meridionale corrispondente agli antichi Sette Comuni, denominata ‘vecchio patrimonio’, da una fascia settentrionale (le ex montagne di Vicenza, per l’appunto) solitamente indicata oggi con la definizione di ‘nuovo patrimonio’ ”.

Insomma, un contributo importante per la storia dell’Altopiano…                        “Un libro che sicuramente racconta non poche novità e che, facendo interagire la microstoria e la macrostoria, contestualizzando episodi di natura locale all’interno di uno scenario internazionale, è riuscito a chiarire questioni alquanto delicate riscrivendo per certi versi un’interpretazione storica che oggi possiamo dire sicuramente passata. La bellezza della storia, a mio avviso, risiede proprio in questo: nella sua inesauribile capacità di rinnovarsi”.

Luca Trevisan, Il respiro del bosco. Le montagne della città di Vicenza sull’Altopiano dei Sette Comuni, prefazione di Gian Maria Varanini, Cierre edizioni, Sommacampagna 2020.

200 pp., 20 figg. a colori
Collana: Nordest nuova serie, 188

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