Italy

La strada stretta delle consultazioni: Mattarella e il rebus dei veti incrociati

«Buttare all’aria il governo ora è roba da matti» è una frase sentita mille volte, in questi giorni. E chissà se Sergio Mattarella, ricevendo ieri i promotori del convegno su «la psicoterapia ai tempi della pandemia», ha magari pensato che stava per toccargli il ruolo di terapeuta della crisi. Una coincidenza con qualche suggestione simbolica. Perché nei suoi dialoghi con i partiti, attraverso la prassi clinica del «regredire per progredire», dovrà appunto investigare i nodi conflittuali vecchi e nuovi che hanno portato al crollo (sì, anche nervoso) dell’esecutivo. Che il capo dello Stato riesca a porvi rimedio non dipende da lui, quanto dalla capacità di elaborare i traumi politici da parte dei protagonisti principali dello scontro. Cioè Renzi e Conte.

Spetterà in primo luogo al premier dimissionario, ma non rassegnato al ritiro, garantire le tre condizioni postegli dal presidente della Repubblica per ottenere il reincarico: 1) una maggioranza coesa; 2) un programma serio per uscire dall’emergenza e definito assieme ai potenziali alleati; 3) numeri certi in Parlamento. E quest’ultimo, che resta lo snodo fondamentale, nonostante il fitto lavoro negoziale dei pontieri di Giuseppe Conte, fino a ieri sera sembrava ancora un wishful thinking, un pio desiderio. Al punto che la pattuglia dei «volenterosi» non era riuscita ad allargarsi tanto da costituire un gruppo parlamentare autonomo (che, secondo le regole, per essere autosufficiente dev’essere composto da 10 membri al Senato e 20 alla Camera). Per le speranze dei contiani, insomma, la situazione non appare al momento migliorata granché rispetto al risicato e precario voto di fiducia ottenuto dall’esecutivo una settimana fa. Ciò che, in assenza di un deciso scatto in avanti, farebbe inesorabilmente sfumare le speranze di una riedizione rivista e corretta della formula politica giallorossa.

Uno scenario problematico destinato a portare al centro dell’attenzione di Mattarella le mosse degli ex partner intorno al leader di Italia viva, che la crisi l’ha covata a lungo e infine fatta esplodere con il ritiro della propria delegazione. E qui i ragionamenti sui voti s’intrecciano con il peso dei veti. Infatti, poiché nel consulto che comincia oggi il Quirinale si aspetta «un fatto politico nuovo», va verificato se i veti di 5 Stelle e Pd contro un recupero del rottamatore nella maggioranza saranno confermati o rimossi. Un riscontro che, a parti invertite, vedrà coinvolto pure Matteo Renzi e i suoi diktat contro una conferma di Conte a Palazzo Chigi. La questione riguarda ovviamente i duellanti, con le loro reciproche diffidenze e i loro ego importanti, feriti o alle stelle che siano.

Tuttavia pure il capo dello Stato ne è interessatissimo, perché da questo passaggio può dipendere l’esito della sfida. Nel senso che, se la disputa tra i due fosse superata, la maggioranza risorgerebbe dalle proprie ceneri, per di più rafforzata dai voti aggiuntivi dei «volenterosi», e la partita potrebbe essere chiusa in velocità. All’udienza di congedo, Conte è parso piuttosto sconsolato, davanti a Mattarella. Sconsolato ma ancora con un certo piglio combattivo. Sa che la situazione resta in progress. Nell’ipotesi che venerdì pomeriggio la strada che ha davanti sia divenuta meno stretta, il premier potrebbe avere un mandato esplorativo. Ma breve.

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