Italy

La verità sulla morte  di Andy Rocchelli  che divide Ucraina e Italia

Se è vero che la prima vittima delle guerre è la verità, maneggiarla costa spesso la vita. E se capita che in guerra sia ammazzato un giornalista, trovare la verità è ancora più costoso. Per dire: di Raffaele Ciriello o d’Antonio Russo non abbiamo mai conosciuto gli assassini. E pure dai processi su Ilaria Alpi o Maria Grazia Cutuli ci sono arrivate solo verità dimezzate. L’anno scorso, a Pavia c’è stata una sentenza a suo modo storica: un volontario della Guardia nazionale ucraina, Vitaly Markiv, è stato condannato a 24 anni per l’uccisione del fotoreporter Andrea «Andy» Rocchelli. La corte ha stabilito che il 24 maggio 2014 fu Markiv — non solo Markiv, ma anche Markiv — a indirizzare i mortai su Andy e sul suo interprete Andrej Mironov: trenta colpi esplosi dalla collina Karachun, nel Donbass, «calibrando progressivamente la mira» per una ventina di minuti.

Oggi il caso arriva in appello, a Milano. È un riesame seguito più all’estero che qui: fra striscioni e hashtag #FreeMarkiv, a Kiev s’accusa l’Italia d’ingiusta condanna. Ma pure il New York Times, lo scorso dicembre, ha attaccato l’inchiesta e s’è chiesto quanto abbia pesato la propaganda dei media pagati dalla Russia. I radicali hanno cominciato una campagna per la scarcerazione di Markiv. E in queste settimane è stato presentato un docufilm italo-ucraino, «The Wrong Place», il posto sbagliato. Che rimette in discussione la sentenza, ridimensiona le accuse a Markiv, rispolvera inediti testimoni, ricorda quanto fosse rischioso per i giornalisti salire sul Karachun.

Giustizia non è stata fatta? «Io non m’aspettavo che si muovesse tutta questa propaganda — dice il papà, Rino Rocchelli —. Ma m’interessa poco, perché non esistono i buoni e i cattivi. Il processo è stato una gran cosa: ha stabilito che non s’uccidono i giornalisti. E che non esiste mai un posto sbagliato, per un giornalista».

A difendere Markiv, e a chiederne l’assoluzione, è Raffaele Della Valle: «Si tratta d’una battaglia di civiltà — sostiene l’avvocato ed ex deputato forzista che fece assolvere Enzo Tortora — e andrò fino all’Onu, se serve. In 56 anni d’esperienza, non ho mai visto una sentenza così antiscientifica. Che si basa su testimonianze confuse, attribuisce la responsabilità solo agli ucraini, non ha mai fatto un sopralluogo nel Donbass, parla d’omicidio volontario senza indicare un movente… Rocchelli era un bravissimo reporter di guerra. Ma morì in un incidente di guerra». Markiv vittima d’un errore giudiziario? A Pavia, il militare ucraino s’è atteggiato a eroe e non ha fatto molto per rendersi simpatico: «Ma escludo ci sia stato un pregiudizio indotto dalla propaganda esterna», osserva l’avvocato Giuliano Pisapia, eurodeputato pd che ha rappresentato la Federazione della stampa.

Ne è convinto anche il giornalista e scrittore Mario Calabresi, che ha seguito il processo e alla storia di Andy ha dedicato un lungo podcast: «Per formazione familiare, non sono abituato a dire se uno sia o no colpevole. Però l’accusa di pregiudizio anti-ucraino è totalmente infondata: e lo dice uno che, nella grande storia, sta dalla parte dell’Ucraina e non certo della Russia. L’articolo del New York Times è poco informato, non all’altezza di quel giornale. E in questa polemica, credo si perda di vista la vera vittima: Rocchelli, un grandissimo giornalista, morto il giorno del compleanno del figlio».

Oggi i genitori di Rocchelli saranno in aula: «La nostra vita è stata stravolta — racconta il padre —. I primi tre anni, eravamo da soli col nostro dolore. In buona fede, ci aspettavamo che l’Ucraina rispondesse alle domande sulla morte di Andrea. Invece, niente. Poi è arrivata la svolta…».

Non crede a un errore: «Di Markiv, non m’importa molto. Lui c’entra, questo è sicuro. Che poi fosse solo il palo della banda, non so se lo sapremo. Né quale fosse il movente, o la catena di comando. La verità non esce mai tutta». Se lo incrociasse? «A me interessa la verità. E i primi a dirla, dovrebbero essere gli eroi».

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