Italy

La voce delle donne afgane in piazza: "Non torneremo indietro e combatteremo"

#nonlasciamolesole

Manifestazione a Roma e in altre città d'Italia. Parlano le attiviste di Pangea, tra speranza e impegno. "Se retrocedono le donne in Afghanistan significa che possono retrocedere tutte le donne nel mondo", dice a Today la vicepresidente della onlus, Simona Lanzoni

Sul palmo la stessa P che un mese fa ha permesso a molte di loro di trovare una via di fuga dall'Afghanistan riconquistato dai talebani e arrivare sane e salve in Italia. Parlano dal palco della manifestazione "Tull Quadze" ('Tutte le donne', in lingua pashtu) a sostegno delle donne afgane, organizzata in piazza del popolo a Roma dall'assemblea della Magnolia (una realtà nata all'interno della Casa internazionale delle donne in reazione alla pandemia) con altre associazioni e sigle sindacali. Sono le attiviste di Fondazione Pangea, la onlus impegnata da vent'anni in Afghanistan in progetti di empowerment femminile che nei giorni drammatici seguiti al ritorno al potere da parte dei talebani è riuscita far partire con il ponte aereo le donne che lavoravano nei suoi progetti. Hanno tutte il volto coperto dalla mascherina e dagli occhiali da sole scuri, il loro vero nome non viene fatto in pubblico, la loro identità non può essere svelata per proteggere loro e famiglie rimaste in Afghanistan. Ringraziano le tante donne presenti in piazza sotto il sole, raccontano come il loro incubo peggiore si sia avverato nel giro di pochi giorni. La P sulla mano che ha permesso loro di passare la frontiera e che oggi mostrano in piazza è sì la P di Pangea ma, ribadiscono dal palco, è anche la P di pace e progresso e ricordano le tante donne che sono rimaste in Afghanistan: "Siamo una nuova generazione di donne afgane che ha sempre sperato che l’istruzione sarebbe la strada per la nostra libertà e che non saremmo mai tornate indietro. Anche se moriremo, non perderemo la speranza. Combatteremo per il nostro futuro e per la nostra libertà, per l’Afghanistan e per tutta l’umanità". 

"Quello che sta succedendo in Afghanistan è molto difficile per tutti, ma lo è in modo particolare per le donne e questo è chiaro a chiunque. I talebani sono contro le donne e vogliono tenerle chiuse in casa. Andare a scuola, lavorare, parlare di quello che vogliono, scendere in piazza: ho paura che per loro tutto questo sia finito. Dovrebbero poter far sentire la loro voce, è un diritto fondamentale per qualsiasi persona ma sfortunatamente in questo momento alle donne afgane questo diritto viene negato. Come donna afgana, sono convinta che bisogna lottare per i propri diritti", racconta a Today una di loro, coordinatrice di uno dei progetti che Pangea aveva avviato in Afghanistan.

"In Afghanistan le donne stanno scendendo in strada per protestare e molti uomini sono rimasti stupiti nel vederle uscire per andare a manifestare senza paura. Quelle donne sono veramente la luce da seguire in questo momento, dovrebbero segnare la strada della comunità internazionale. Anche perché se retrocedono le donne in Afghanistan significa che possono retrocedere tutte le donne nel mondo", dice a margine della manifestazione Simona Lanzoni, vicepresidente di Pangea. L'associazione ha organizzato dei presidi non solo a Roma ma anche in diverse altre città d'Italia per non far cadere l'attenzione della questione delle donne in Afghanistan e chiedere azioni concrete, da un piano straordinario di evacuazione umanitaria per chi vuole lasciare il Paese con particolare attenzione proprio alle donne a un piano di accoglienza in Italia dei richiedenti asilo che rispetti le questioni di genere e tenga conto delle storie di violenza che le donne vivono nei paesi di provenienza, durante il transito e all'arrivo, come pure interventi internazionali, chiamando in causa anche l'Italia. "Pensiamo che sia fondamentale avere una commissione all'Onu che monitori i diritti delle donne e pensiamo che per dare l'esempio debba essere proprio l'Italia a iniziare. Si deve muovere con il ministro degli Affari esteri per sostenere i diritti delle donne afgane". 

"Le attiviste che Pangea è riuscita a far arrivare in Italia insieme alle loro famiglia sono ora all'interno del sistema di accoglienza della rete SAI e noi come Fondazione stiamo collaborando per integrare il lavoro che si sta facendo e aiutarle dal punto di vista emotivo, perché non è facile uscire dal proprio paese con la paura di morire e arrivare in un altro non sapendo niente rispetto a quello che sarà il proprio futuro", spiega Lanzoni, sottolineando l’importanza di un "accompagnamento emotivo" necessario per queste persone. "Noi riusciamo a farlo perché abbiamo con loro un legame affettivo costruito in venti anni di lavoro insieme. Un lavoro che continueremo a svolgere qui in Italia, con loro, e anche all'estero, perché stiamo già riavviando le attività in Afghanistan. Al momento abbiamo lì due case rifugio dove ci sono delle donne con le loro famiglie che stanno rischiando la vita e non possono più vivere nelle proprie abitazioni, perché ad esempio ricoprivano dei ruoli che sono a rischio. Adesso stiamo lavorando per proteggerle ed eventualmente provare ad evacuarle". 

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