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"Lavate sempre le mani" Ma in tribunale non si trova il sapone

Il sapone scarseggia. Non c’è. Assente. E spesso manca anche il porta sapone, addirittura. Da queste parti, nella cittadella giudiziaria di Piazzale Clodio, si va avanti come si può. Si arranca, anche quando alle porte c’è un maledetto virus che può fare molto male. Il tribunale penale di Roma non aiuta. E l’azione più semplice, come lavarsi le mani, diventa un’odissea. Anche se, ai tempi del coronavirus, lavarsi le mani, appunto, rappresenta la prima norma indicata dallo stesso decalogo dei comportamenti da seguire. Appeso in bella mostra in diversi muri e in ogni bagno del tribunale.

A dispetto del cartello, però, raramente i servizi igienici adiacenti le aule mettono a disposizione il detergente. In compenso sono state prese altre iniziative, spesso derise da avvocati e addetti ai lavori. Ieri, ad esempio, scrive il Tempo, l’aula della prima sezione della corte d’appello ha celebrato i processi a porte chiuse.

Imputati, avvocati, magistrati e funzionari interessati all’udienza potevano accedere all’aula. Le persone interessate ai processi successivi, anziché aspettare all’interno come di consueto, hanno atteso il loro turno fuori. Così facendo hanno inevitabilmente creato quegli assembramenti che gli esperti consigliano di evitare. Il tutto mentre le aule adiacenti erano a porte aperte, come sempre. Si è trattato dunque di una misura precauzionale riservata a una sola aula. La corte d’appello di Roma, tra i vari accorgimenti, ha revocato anche tutte le autorizzazioni per l’utilizzo dell’aula Europa, della sala Unità d’Italia e dell’aula De Pasquale per fini diversi dall’utilizzo istituzionale. Il tutto fino al 9 marzo.

Si tratta di contromisure per frenare il virus. La presidenza della suddetta corte ha invitato a distribuire le trattazioni degli affari per fasce orarie al fine di evitare inutili affollamenti nelle aule d’udienza e negli spazi antistanti. In soldoni, si suggerisce di fissare gli orari dei lavori. Sembrerà ovvio, ma agli addetti deve essere sembrato un prodigio. E mentre il consiglio nazionale forense adotta diverse iniziative e rinvia riunioni di gruppi di lavoro e commissioni, rinviando persino l’inaugurazione dell’anno giudiziario, anche il presidente del Consiglio di Stato ha messo nero su bianco alcune misure.

Tra i vari suggerimenti, uno desta particolarmente scalpore: spedire le copie di cortesia e non depositarle personalmente. In altre parole, si consiglia di non sovraffollare i tribunali, scaricando il problema sugli uffici postali. Le brutte notizie colpiscono soprattutto i precari. Soggetti a una sorta di caporalato di Stato, i magistrati onorari rischiano di vedere decurtati i loro stipendi.

Tra udienze saltate e tribunale chiuso spesso non partecipano ai processi già fissati. E, visto che lavorano a cottimo, le ripercussioni economiche sono evidenti. Con la speranza di non ammalarsi di un virus che, in alcuni casi (pochi per fortuna), condanna a morte.