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Le luci di New York (non) cambiano Le vetrine natalizie a tema Covid

Brillano come un atto di fede, quest’anno, le luci natalizie di New York: la città, travolta dalla pandemia, finirà il 2020 con 600 mila posti di lavoro in meno, il 50% delle corse in taxi in meno, il 93% degli arrivi internazionali all’aeroporto JFK in meno e le immagini distopiche di Times Square semivuota a minacciare un ritorno agli anni 70, quando era feudo dei criminali. Lo ha pronosticato anche Donald Trump: «La New York di Bill De Blasio», ha twittato, «è una città fantasma. Era vivace, ora se ne vanno tutti». Ma le mille luci di New York splendono più di sempre.

La tradizione delle luminarie natalizie, che dal giorno dopo il Ringraziamento accendono le vetrine dei grandi magazzini, non ha mai abbandonato la città. Non il Natale dopo l’11 settembre 2001; non nel mezzo della crisi finanziaria del 2008; non ora, «e anzi è più doveroso che mai che brilliamo». Così al New York Times la direttrice della divisione moda ed ex scenografa delle luci natalizie di Bergdorf-Goodman. Quest’anno le 9 vetrine del suo multipiano di lusso, la riserva di shopping preferita dalla Carrie Bradshaw di Sex and the City, sono piene di specchi e luci da discoteca, e addobbi giganti per vederli da lontano, senza accalcarsi.

Si sta distanziati anche ai piedi dell’abete di 25 metri del Rockefeller Center, avvolto in cinquantamila lucine: per vederlo si prenota un biglietto e ci si ferma 5 minuti, in nuclei di non più di 4 persone, a due metri l’uno dall’altro. E seicentomila lampadine accendono la facciata di Saks, i cui tableaux vivants sono i più attesi ogni anno e ora sono allestiti a tema «Come festeggiamo adesso»: uno dei 20 scenari - tutti visibili in streaming sul loro sito - riproduce un cenone «distanziato» e un altro le decorazioni di Dyker Heights, il quartiere di Brooklyn che gli abitanti «travestono» da villaggio di Babbo Natale ultrakitsch.

Erano tutte tappe dei classici «holiday lights tour»: ai turisti del Natale ora scomparsi Manhattan offriva giri in bus da un allestimento natalizio a un altro, come se fossero monumenti della città. La tradizione delle vetrine spettacolari è ottocentesca: nel 1873 quelle di Macy, a New York, debuttavano a tema «la Capanna dello Zio Tom». Lo raccontano da sempre i film di Natale, da Una poltrona per due a Mamma ho perso l’aereoalle decine di romcom con bacio finale nella neve, tra i negozi splendenti; ma non è un caso che anche il primo film parlato della storia del cinema, del 1928 e per nulla natalizio, si intitoli Lights of New York. Il protagonista è uno sprovveduto ragazzo di campagna, che arriva nella Manhattan dei gangster e fa la fine della falena: fare mostra di una certa indifferenza verso le mille luci della città, e in particolare di quelle natalizie, è uno dei distintivi dei residenti di lungo corso.

Eppure bisogna essere un Grinch, scrive quest’anno la Bibbia locale della vita notturna e diurna Time Out, per non emozionarsi. «Vogliamo accendere una luce al fondo di un anno buio», dicono da Bloomingdale’s, le cui 12 vetrine sono ciascuna di un colore primario «per essere visibili da molto lontano»; l’anno dei centri commerciali buio lo è stato particolarmente, per il boom degli acquisti online e le chiusure forzate, e di ieri è la notizia che in Regno Unito è entrato in amministrazione straordinaria il gruppo di grandi magazzini Arcadia. Eppure è proprio da loro che a New York arriva l’augurio migliore. Dalle loro vetrine e dal loro «the show must go on» che sembra voler dimostrare che non è finita un’epoca.

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