Italy

Le madri contro il cimitero dei feti. Ipotesi class action, si muove il pm

L’ufficio legale di Differenza Donna ha deciso di procedere a una class action. Ma nel frattempo anche la Procura valuta l’apertura di un fascicolo per accertare se ci siano state violazioni della privacy, che possano sfociare anche nella violenza privata. Il caso delle sepolture dei feti nel cimitero romano di Prima Porta con i nomi delle madri scritti sulle targhette, si arricchisce ogni giorno di particolari e testimonianze. Sempre su Facebook.

I casi

Ieri è stata la volta di Francesca: anche lei ha scoperto che nel camposanto sulla via Flaminia (il secondo della Capitale, dopo il Verano) «c’era una tomba a mio nome, senza il mio consenso e senza che io ne fossi a conoscenza». Anche lei, come Marta tre giorni fa, ha subìto un aborto terapeutico in un ospedale romano ma non avrebbe dato l’assenso alla sepoltura del feto, chiedendo mesi dopo l’intervento che fine avesse fatto. «Mi hanno risposto “non ne sappiamo niente” — continua Francesca —. Ora vedere il mio nome su quella brutta croce gelida di ferro in quell’immenso prato brullo è stata una pugnalata».

Centinaia di croci

Il terreno in questione si trova fra i settori 89bis, 91 e 92bis di Prima Porta: centinaia di croci, in legno e metallo, con targhe spesso illeggibili.
Un quadrante che a vederlo toglie il fiato, dove il degrado è padrone: alcune croci sono ammucchiate nel fango e fra i cespugli, altre vicine ai cassonetti. I pochi giochi lasciati da chi invece ha riconosciuto la sepoltura di un figlio mai nato sono rotti, arrugginiti, sparsi ovunque nell’erba. Una visione che lascia interdetti, a pensare che si tratta di un terreno dove i feti vengono sepolti per beneficienza, a spese della collettività. Sulle targhette, scritte a mano con vernice bianca, insieme con i riferimenti del quadrante, quasi esclusivamente nomi di donna. Italiani, romeni, rom, slavi, polacchi, sudamericani. Sono quelli delle madri che hanno interrotto la gravidanza per motivi terapeutici fra la 20ª e la 28ª settimana di gestazione. Ma, come le due donne che hanno denunciato sui social, e forse molte altre, non tutte avevano dato l’assenso a comparire, e c’è il sospetto nemmeno alla sepoltura e alla croce stessa, il metodo che l’Ama ha spiegato di aver scelto perché «è quello tradizionalmente in uso in mancanza di una diversa volontà». Adesso un’eventuale indagine, dopo l’istruttoria del Garante della privacy, dovrà stabilire se ci sia mai stata la volontà sottoscritta di quelle donne.

Il rimpallo Ama-ospedali

Su questo punto continua il rimpallo di responsabilità fra Ama e ospedali, come il San Camillo: la municipalizzata sostiene di aver applicato il regolamento di polizia mortuaria e aver riportato i dati personali comunicati dalle Asl, il nosocomio invece di non avere alcuna responsabilità sulle seppellimento, e che «i feti sono identificati con il nome della madre solo ai fini della redazione dei permessi di trasporto e sepoltura». Un atteggiamento dei due enti «inquietante e irresponsabile», secondo il Coordinamento donne dell’Anpi Roma, mentre la vicenda è approdata anche in Parlamento e in Regione. «Dobbiamo spingere il governo a rivedere il regolamento del 1990 — spiega la capogruppo della Lista Zingaretti nel Lazio — per eliminare la discrezionalità che ha portato al caso del cimitero Flaminio». E il deputato radicale Riccardo Magi chiama in causa il Campidoglio: «Approvi subito una modifica del regolamento comunale per l’eliminazione immediata di tutti nomi dalle croci».

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