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Le palesi e ripetute violazioni della legge sulla presunzione di innocenza nel caso Juventus

Mentre, dopo cinque anni dal varo della direttiva europea, l’Italia decide di adottare una legge pomposamente battezzata «sulla presunzione di innocenza» (meglio sarebbe dire «di non colpevolezza») i media nazionali unanimi sparano in prima pagina la notizia della perquisizione della sede della Juventus e dell’esistenza di un’indagine penale denominata “Prisma” condotta dalla procura torinese che vede indagata la trojka dirigenziale Agnelli-Nedved-Paratici (presidente, vicepresidente e direttore sportivo) e altri dirigenti, nonché la stessa società ai sensi della legge 231/01 per i reati di falso in bilancio e false fatturazioni.

La notizia è stata diffusa da un sobrio comunicato del Procuratore Capo Anna Maria Loreto, in diretta con l’ingresso della Guardia di Finanza nelle sedi juventine, che con toni invero bassi informa che «i finanzieri del Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria Torino, delegati alle indagini, sono stati incaricati di reperire documentazione e altri elementi utili relativi ai bilanci societari approvati negli anni dal 2019 al 2021, con riferimento sia alle compravendite di diritti alle prestazioni sportive dei giocatori, sia alla regolare formazione dei bilanci».

Toni prudenti e minimalisti che lascerebbero ben sperare in un cambiamento di clima promosso dalla nuova legge che, ricordiamolo, fa divieto «alle autorità pubbliche di indicare pubblicamente come colpevole la persona sottoposta a indagini o l’imputato fino a quando la colpevolezza non è stata accertata con sentenza o decreto penale di condanna irrevocabili» e attribuisce esclusivamente al capo della procura interessata la facoltà di informare l’opinione pubblica, esclusivamente con comunicati scritti nei casi di particolare rilevanza o di esigenze dell’autorità giudiziaria.

In realtà come dimostra su un altro versante la vicenda giudiziaria della fondazione Open di Matteo Renzi, poco e nulla cambierà quanto alla macelleria della reputazione degli indagati.  

Dopo poche ore, infatti, tutta la stampa all’unisono ha pubblicato ampi stralci del contenuto dei decreti di perquisizione da dove si ricava che «la gestione finanziaria sembra essere a conoscenza dei vertici aziendali» e che i magistrati citano una serie di intercettazioni telefoniche nelle quali si parla di «gestione malsana delle plusvalenze», usata come strumento «salva bilanci» per mettere una toppa alla gestione di investimenti e costi, di acquisti e stipendi considerati «scriteriati». Scrivono i magistrati, citando ancora altre intercettazioni, che proprio gli investimenti oltre le previsioni di budget e gli «ammortamenti e tutta la merda che sta sotto e che non si può dire» sono stati le cause dello squilibrio economico e finanziario che ha portato la Juventus a essere paragonata a «una macchina ingolfata».

Alcuni giornali riportano pezzi di intercettazione e addirittura indicano la natura di specifici documenti che la procura ricerca e che investirebbero la posizione dell’ex giocatore più prestigioso, Cristiano Ronaldo.

Ebbene: tutto ciò è illegale e lo è allo stesso modo in cui lo erano i verbali sull’indagine per i falsi esami del giocatore  Luis Suarez in cui è imputata  una legale della Juventus.

Il caso dell’indagine torinese è ancora più grave di quello fiorentino sulla Fondazione Open dove l’indagine era conclusa con il deposito integrale di tutta la documentazione sull’attività svolta, mentre i decreti di perquisizione di cui stiamo parlando sono soltanto atti di indagine, così come le intercettazioni, per non parlare delle prove documentali. E sono coperti dal segreto, la cui violazione costituisce reato.

Come è successo in altre occasioni, con la solita ipocrisia ci sarà qualcuno che spiegherà che il comma 7 dell’articolo 114 delCodice di procedura penale recita che sono sempre pubblicabili gli atti non più coperti dal segreto e che i decreti di perquisizione lo sono in quanto conosciuti dagli indagati.

Proprio questa risibile interpretazione dimostra la sua evidente falsità in quanto, ragionando così, anche l’interrogatorio di un pentito che accusi di reati dei terzi potrebbe essere reso noto: la vicenda dei verbali di Pietro Amara, per cui un ex altissimo magistrato e consigliere del Consiglio superiore della magistratura  come Piercamillo Davigo è indagato, dimostra che non è vero.

Di più: nessuno in queste ore spende due parole di cautela per ricordare che i reati per cui si indaga a Torino sono tutt’altro che scontati. La nuova formulazione del reato di falso in bilancio punisce gli esponenti di una società che «consapevolmente espongono fatti materiali rilevanti non rispondenti al vero ovvero omettono fatti materiali rilevanti la cui comunicazione è imposta dalla legge sulla situazione economica».

Nel caso dei bilanci bianconeri si parla di valutazioni e non di fatti alterati, perché una sentenza del 2016 delle Sezioni Unite della Cassazione ha interpretato in modo originale la norma, includendovi anche le valutazioni degli asset sociali che non seguano i criteri contabili «normativamente determinati, ovvero tecnicamente indiscussi». Materia estremamente opinabile, come può essere quella che investe le valutazioni soggettive e che peraltro potrebbe essere di competenza della Consob e non necessariamente della magistratura.

Nel decreto, inoltre, viene disposto dai pm l’accesso agli archivi informatici della società per rinvenire materiale e documentazione utile all’indagine: vuol dire consentire l’ingresso della procura anche nei segreti industriali e, in genere, nell’area più riservata dell’attività di una impresa.

Se come è probabile si procederà al sequestro di memorie e archivi, la “scatola nera” dell’attività imprenditoriale bianconera verrà esportata con buone possibilità di passare al vaglio del giornalismo d’inchiesta italiano, quello noto per pubblicare i movimenti dei conti correrti e le chat degli indagati.

Contro questa prassi è intervenuta più volte la Cassazione a partire dal caso della fondazione renziana Open, contro cui si è scagliato il leader di Italia Viva com qualche ragione. Non è possibile procedere ai sequestri “a strascico” di materiale informatico, allo stesso modo con cui da oltre un anno sono vietate le intercettazioni estese.

Occorre individuare il materiale di stretta necessità dell’indagine: il procuratore generale di Trento, Giovanni Ilarda, ha addirittura emesso una significativa direttiva, inviata anche alla Cassazione, con cui spiega espressamente che l’accesso alle comunicazioni e agli archivi riservati «con contenuto irrilevante per il processo, implica, invece, un’inammissibile ed illecita diffusione di dati che attengono alla sfera personale, intima ed inviolabile di ogni individuo e non è assolutamente consentito, perché comporta, inevitabilmente, fra l’altro, la possibilità di divulgazione di fatti lesivi dell’onorabilità e della reputazione della persona, di dati penalmente irrilevanti che possono, però, risultare devastanti per la vita dei soggetti coinvolti (anche se estranei al procedimento) e che quando riguardano l’attività di operatori economici, rendendo conoscibili know how o strategie riservate d’impresa possono anche alterare l’ordinario andamento del mercato con grave danno per l’economia nazionale o di un determinato territorio»

Avverrà questo nel caso della Juventus oppure prevarrà l’assai poco legittima curiosità degli inquirenti di trovare qualcos’altro come nelle migliori tradizioni dell’inquisizione italiana, a partire da Mani Pulite dove tramite la contestazione del falso in bilancio si cercavano con le perquisizioni i tesori dei partiti?

Resta da chiedersi come sia possibile la costante violazione delle norme di legge e la lesione della reputazione di cittadini e delle società quotate in Borsa (guarda caso, il giorno prima della notizia sulle indagini la Borsa aveva registrato un crollo del valore azionario della Juve).

Probabilmente in questo caso la colpa non è dei magistrati che si sono attenuti alla nuova legge pubblicando un comunicato in cui non vengono neanche indicati i nomi degli indagati ma solo le cariche.

In un convegno organizzato dalle Camere Penali calabresi il pubblico ministero Stefano Musolino, segretario di Magistratura Democratica, ha sottolineato la forte autonomia dei corpi di polizia giudiziaria nelle indagini, i quali sono dotati di appositi uffici di relazioni pubbliche: una prassi che sfocia in un potente pericolo di inquinamento delle garanzie difensive e della verità processuale (vicende come Mafia Capitale e la trattativa Stato-Mafia meriterebbero un approfondimento di questo aspetto).

Nelle indagini sul caso Suarez, il procuratore della Repubblica di Perugia Raffaele Cantone dispose il blocco delle indagini dopo la fuga di notizie, così come fece l’allora procuratore di Roma Pignatone nelle indagini sulla Consip dove inquisì il responsabile di un nucleo investigativo per la propalazione di intercettazioni artefatte.

Ci sentiremmo di dare un suggerimento ai parlamentari che hanno veramente a cuore la fine della gogna mediatica: estendere il segreto a tutti gli atti d’indagine fino a che non siano conosciuti dal giudice e l’inasprimento delle sanzioni penali per i responsabili, e di quelle pecuniarie per i giornali. Altrimenti risparmino i trionfalismi infondati in materia di garantismo: perché è tutta fuffa.