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Lella Palladino: «La violenza maschile sulle donne non è un destino»

«In tanti parlano di cose che non conoscono direttamente, per questo deve arrivare alta la voce dei centri antiviolenza perché è la voce di chi quotidianamente incontra le donne». La sociologa Lella Palladino è una di quelle persone che ogni giorno incontrano le donne che subiscono violenza ed è lei a chiedere di far sentire la loro voce. Il suo libro si intitola Non è un destino. La violenza maschile contro le donne, oltre gli stereotipi (Donzelli editore), parole che sono una dichiarazione di intenti, un monito, uno sprone: «Le donne che subiscono violenza possono riprendere in mano la propria vita».

Gli esempi raccontati nel libro sono, nella maggior parte dei casi, situazioni molto complesse come tante di quelle ricordate nella giornata internazionale contro la violenza sulle donne, il 25 novembre che Vanity Fair ricorda con l’hashtag #VF25novembre. «Se ci sono riuscita io ci possono riuscire tutte» è la frase che Lella Palladino si è sentita dire e ha voluto riportare in un libro che ha un’intenzione positiva: non parlare di una vittimizzazione continua, non solo le donne che muoiono di femminicidio, ma quelle che ce la fanno.

Le storie sono diverse, la via principale per salvarsi è una. «Ci si salva insieme alle altre. Quando si esce dall’isolamento e si chiede aiuto. Il posto giusto sono i centri antiviolenza. Ci si salva nel momento in cui si ha la possibilità di confrontarsi con altre donne e di capire che non è un problema individuale quello che si sta vivendo, ma è una questione collettiva perché la violenza maschile sulle donne è nella legittimazione culturale generalizzata».

Una donna ne esce quando capisce che non è lei quella sbagliata. Sono le altre la dimostrazione che si riesce a uscirne e le case rifugio il luogo in cui si trova protezione. L’Italia è inadeguata rispetto al numero minimo di case rifugio. Sono sottodimensionate per il bisogno che c’è di accoglienza. C’è tanta burocrazia e poche risorse economiche.

«In più», aggiunge Lella Palladino, «il paese è ancora sessista e intriso di stereotipi, anche molti operatori sociali, sanitari e di giustizia devono superare vecchie visioni e pregiudizi. Sono sempre colpevolizzate le madri sia se denunciano che se restano con i compagni violenti, giudicate inadeguate e poco protettive».

Durante il periodo del lockdown è cresciuto il clima di tensione nelle case: sono aumentate le richieste d’aiuto e diminuite le denunce. Le donne non potevano uscire, ma riuscivano a comunicare con mail, app, messaggi. C’è chi è uscita sul balcone chiedendo aiuto ai vicini. Le motivazioni dietro la violenza sono sempre le stesse: gelosia, come se il corpo della donna fosse proprietà dell’uomo, e la mancanza nella capacità nei compiti di cura, come se l’impegno della donna dovesse essere solo quello della gestione di casa e famiglia e per questo dovesse essere giudicata.

«L’emergenza sanitaria», conclude la sociologa, «ha messo in evidenza quello che già c’era. Le relazioni violente sono diventate più violente. Come se il Covid ci avesse sbattuto in faccia che sono le relazioni fra maschio e femmina che sono sbagliate. Non basta l’educazione al rispetto in famiglia, c’è tutto il mondo fuori. I nostri libri scolastici sono ancora grondanti di stereotipi. Il linguaggio dei ragazzi sui social, la musica, tutto il linguaggio è ancora sessista».

Giornata internazionale contro la violenza sulle donne #VF25novembre

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