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"Lottiamo ancora per la parità". Tre studentesse del liceo "Virgilio" raccontano le sfide di oggi

Concrete, ma con i sogni in tasca. Femministe, ma non separatiste. Decise a studiare e a vincere, ma coscienti della “non eguaglianza” che le aspetta. Vogliono parità e lavoro, “diritti incompiuti”, ma anche «essere libere di uscire la sera senza avere paura, vestirci come vogliamo senza temere». Hanno fondato nel loro liceo, il Virgilio di Roma, all’interno del collettivo politico, uno spazio di “confronto e azione sull’antisessismo”, la sigla è C.a.s.a., e quella “casa”, precisano, «è un luogo di discussione tra ragazze aperto anche ai maschi, altrimenti come facciamo a cambiare la società?».

Domanda limpida, che polverizza dubbi e punta al cuore, così come dirette e sicure sono Beatrice, Irene e Lucrezia, 17, 18 e 18 anni, arrivano puntualissime all’appuntamento sotto gli alberi di Villa Pamphili, tra i tavolini di un bistrot, per parlare di otto marzo, di scuola, amore, politica, sesso, futuro, di madri e di battaglie compiute e da compiere. Beatrice Polci fa il quarto liceo linguistico, Irene Messina e Lucrezia Agliani sono al quinto anno del classico, «faremo la Maturità con le regole della pandemia purtroppo, questo virus ci ha tolto la parte più bella della scuola, la politica, la partecipazione», non è uno slogan, è l’assenza che questa generazione porterà sulle spalle negli anni adulti.

Sarebbero per età, Beatrice e le altre, la “quarta ondata del femminismo”, codificato dalla scrittrice inglese Kira Cochrane, power girls dai molteplici attivismi, anche se, in realtà, Irene, Lucrezia e Beatrice

(agf)
sembrano allergiche alle definizioni: «Abbiamo aperto lo spazio antisessista, all’interno del collettivo politico del Virgilio, per sensibilizzare le nostre compagne e i nostri compagni sull’otto marzo — racconta Bea — sia sul fronte dei diritti che su quello dei rapporti tra noi. In Italia le cose cambieranno quando non ci sembrerà più straordinario che una donna guidi un’azienda. Quando la smetteranno di molestarci per strada. Quando una come me che fa kick boxing ed è bravissima nei palleggi di calcio non sarà più catalogata come “strana”, o, peggio, “maschiaccio”. Per me il sessismo è questo, ed è purtroppo ancora forte anche tra i nostri coetanei". Sono cresciute nella società dei diritti acquisiti, la rivoluzione degli anni Settanta del Novecento è nei loro libri di storia, divorzio, aborto, accesso alle professioni, libertà sessuale, hanno progetti, desideri, passioni, sono studiose, tenaci. Eppure raccontano una quotidianità solcata dalle stesse paure per cui il movimento delle donne scese in piazza a riprendersi la notte, la violenza sessuale, il sentirsi “oggetti” di attenzioni moleste, il maschilismo che Beatrice, Irene e Lucrezia definiscono però, con le parole ritrovate, “patriarcato”.

Irene: «Sono figlia di una madre femminista, mi ha raccontato le battaglie della sua generazione e di quella che l’ha preceduta. Il femminismo è essere parti uguali tra disuguali, non dobbiamo diventare come i maschi per avere diritti. La parità non c’è, lo so bene, l’anno prossimo mi iscriverò a Medicina, dove ancora tutti i posti di potere sono occupati da maschi, basta guardare il numero dei primari. Dovrò faticare, ma ce la farò». Hanno il senso del tempo e della storia, il nuovo precariato renderà la competizione ancora più dura. Beatrice: «Noi figlie viviamo delle conquiste delle nostre madri e nonne, ma c’è un ritorno indietro anche tra i giovani, ragazze che si ripiegano e maschi che fanno i machi, per questo sono importanti l’otto marzo e il collettivo antisessista».

Irene descrive l’incubo degli autobus notturni: «Mi è capitato più volte, nel bus vuoto, tornando a casa, che un uomo si masturbasse davanti a me», mentre Beatrice evoca la paura sulla pelle quando, sotto il portone, chiude il motorino nel buio, e Lucrezia cita il fastidio di passare, nel percorso verso la scuola, «davanti a una fila di taxi dove il mio corpo viene sezionato di sguardi e commenti». (Nel loro liceo è stato appena aperto, anche, uno sportello antimolestie). Lucrezia vuole fare la giornalista, Irene studierà Medicina, Beatrice spera di andare a vivere da sola e di aprire «un agriturismo, un ristorante». Lucrezia cita Dacia Maraini, “Il coraggio delle donne”, Irene e Beatrice “Le invisibili” di Caroline Criado Perez. «Mi ha fatto capire quanto ogni aspetto della vita quotidiana sia tagliato a misura di maschio, anche i bagni dei cinema». Hanno letto Simone de Beauvoir, condividono la battaglia sul linguaggio di Michela Murgia. Lucrezia: «Per me molestia è anche un fischio, sono forse un cane? E non pensate che il maschilismo sia roba da vecchi. Anche i nostri coetanei lo sono, magari in modo inconscio, ma vengono educati così. Infatti quando al collettivo parliamo di genere, di violenza, di parità se ne presentano davvero pochi. Ho avuto un ragazzo, una storia importante, mi sono allontanata perché lui non aveva vera consapevolezza della mia dignità di donna. Cosa vogliamo oggi? Il lavoro, parità di carriera e di salario. E non finire su una lista nera in azienda perché resti incinta». Beatrice: «Detesto andare al bar con un maschio che si sente in dovere di pagarmi il caffè in quanto maschio. Se poi me lo offre perché siamo amici è un’altra storia».

Epidermicamente libere, insofferenti a ogni codificazione, Beatrice, Irene e Lucrezia denunciano tutto ciò che si frappone tra loro e la piena realizzazione di sé, senza compromessi. È il femminismo che racconta la scrittrice nigeriana Chimamanda Ngozi Adichie, permea ogni cosa, è dentro questa generazione di giovani donne. Se l’amore è un desiderio, famiglia e maternità possono aspettare. Aborto e pillola del giorno dopo, diritti irrinunciabili. Lucrezia: «Autonomia economica prima di tutto, me l’ha insegnato mia madre». Beatrice: «Non c’è più bisogno dei figli per sentirsi realizzate». Irene: « Invece io vorrei seguire i miei obiettivi senza dover rinunciare alla maternità». Irene, Lucrezia, Beatrice: nel tramonto romano di Villa Pamphili, le donne di domani hanno lo sguardo fiero e la voglia di prendersi il mondo.


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