Italy

M5S, crescono i malumori su Conte: così ci porta alle elezioni

«Conte è un funambolo che cammina su una corda sottile. E quella corda è il Movimento»: a parlare è un Cinque Stelle, ma la sua opinione è simile a quella di molti nel gruppo parlamentare. Il filo — per seguire la metafora — sembra, da qualsiasi punto di vista si guardi, destinato a spezzarsi. L’insofferenza cresce e le mosse del premier hanno il solo effetto in questa fase di gonfiare ancora più le preoccupazioni di una truppa di 283 parlamentari in cerca di prospettive e sicurezza. «La tensione ha raggiunto livelli di guardia», avvisano. Ormai i deputati ne parlano liberamente, discutono ed esprimono perplessità sugli sviluppi della crisi anche nel cortile di Montecitorio. L’orizzonte è ancora incerto, ma le strade di Conte e del Movimento sembrano arrivate a un punto di svolta.

Ci sono tre questioni su cui si arrovellano deputati e senatori. La prima: «Perché non si espone lui nelle trattative con l’Udc? Deve sporcarsi le mani anche lui». E poi: «Perché non provare a ricucire con i renziani mettendo alcuni paletti?». E ancora: «Che accadrà con Bonafede?». C’è chi esce allo scoperto, come Giorgio Trizzino, che auspica una riapertura della trattativa con Italia viva (anche se in chat viene preso di mira da alcuni senatori). Le tre domande che i pentastellati si pongono mal celano il desiderio di evitare le urne sia per nobili ideali («Non possiamo tornare al voto in questo momento per il Paese: sarebbe il suicidio di una Nazione»), sia per questioni meramente personali, legate all’ambizione e al destino politico dei singoli.

«Tutti si stanno rendendo conto che ci sta portando verso le urne continuando a rilanciare la posta», dice un Cinque Stelle. E prosegue: «Però quando si vede la morte in faccia, quando è in gioco la sopravvivenza politica, allora cambiano anche gli scenari». L’idea di gruppi parlamentari contiani, preludio di un partito che i sondaggi accreditano già in doppia cifra, sembra non aver placato gli animi. Anzi. «Trasformerà il M5S in una bad company», dice un big. «No, il contrario esatto: loro imbarcheranno ex poco credibili e persone che di fatto sono già distanti dalle nostre posizioni», ribatte un altro Cinque Stelle di rango. Ma il fatto di dover governare con alcuni espulsi e transfughi contribuisce ad accrescere le fibrillazioni. E poi c’è chi si chiede: «Dei nostri trecento quanti avrebbero un posto davvero garantito? Dieci? Venti?». Da Palazzo Madama, che è l’occhio del ciclone di questa tempesta politica perfetta, assicurano: «Di contiani spassionati in Senato non ce ne sono». Altro tassello che sembra una incudine. Il tutto avviene nel mezzo di uno stallo, proprio nel giorno in cui Vito Crimi festeggia un anno da reggente.

Sospeso nel vuoto (di leadership), il Movimento si interroga. E dirimente potrebbe diventare il terzo quesito, quello legato al voto su Bonafede. Il Guardasigilli è anche il capo delegazione del Movimento al governo. E quello che accadrà mercoledì 27 rischia di segnare i rapporti. «Conte manda al massacro chi l’ha portato a Palazzo Chigi», dicono tra i vertici. I ben informati sostengono che alla fine il premier lo salverà, ma in caso contrario si aprirà una pagina nuova, con buona pace di Beppe Grillo. Anche «l’avvocato del popolo» potrebbe finire in discussione. «Renzi e Conte non hanno capito che se la corda si spezza, loro cadono», rimarca il pentastellato della metafora.

In caso di elezioni, scalda i motori Alessandro Di Battista. «Non ho paura del voto, anche se il Paese ora ha bisogno di stabilità», confida ai suoi l’ex deputato.

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