Braccio di ferro sulle nomine in Parlamento

 Il primo confronto nel M5S dopo un inizio d’autunno a dir poco turbolento. Dopo mesi Giuseppe Conte guarderà in faccia i gruppi parlamentari del partito che dirige ma, forse, non controlla del tutto. L’appuntamento è alle 19, nell’auletta dei gruppi di Montecitorio, che ha una capienza limitata, solo 140 posti per le regole Covid che in primis varò proprio il suo ultimo governo. In modo quasi profetico, visto che in questa fase le tensioni nelle truppe si tagliano con il coltello.

Braccio di ferro sulle nomine

Prova ne è il braccio di ferro sulle nomine dei nuovi capigruppo: Ettore Licheri al Senato è in scadenza a novembre, così Conte ha pensato che fosse il caso di uniformare anche la Camera, anche se il mandato di Davide Crippa terminerà a gennaio. Al suo posto l’idea sarebbe stata quella di proporre il tandem Alfonso Bonafede-Lucia Azzolina (impegnati in un lungo faccia a faccia nel cortile della Camera), ma prima Beppe Grillo e poi una fetta consistente di deputati, gli ha fatto capire che era meglio rinviare i propositi. 

Tra l’altro, in punta di Statuto, senza le dimissioni in blocco di tutto il Direttivo, non si potrebbero indire nuove votazioni. E tra i membri attuali in pochi hanno intenzione di fare gli scatoloni prima del tempo. Se lo sono detti, anche a duro muso martedì sera, in una riunione dai toni decisamente accesi – raccontano più fonti interne -, nella quale proprio Crippa avrebbe ribadito la sua ferma volontà di non farsi da parte. Così tutto resta com’è. Molto probabilmente il pensiero di innescare una vera e propria ‘conta’, con l’aria che tira nel ventre pentastellato, ha portato i vertici a più miti consigli. Del resto, “una spaccatura alla vigilia del voto per il Quirinale non sarebbe stata una mossa proficua”, fa notare un parlamentare della ‘vecchia guardia’. Mentre un altro ‘veterano’ esulta: “Crippa ha vinto”, lasciando intendere il clima che si respira in casa Cinquestelle. Ma anche tra i portavoce alla prima legislatura questo punto andato a segno non dispiace: “Quello per capogruppo e Direttivo è l’unico voto che ci è rimasto, almeno questo ce lo lasciassero”.

Partita rinviata

La partita, ovviamente, è solo rinviata. Anche perché si intreccia inevitabilmente con quella delle trattative con le altre forze politiche per la scelta del nuovo presidente della Repubblica. E dai corridoi dei palazzi romani suggeriscono di tenere d’occhio le “seconde linee” dei leader, perché qualcosa si starebbe già muovendo, indicando tra i più attivi Pd, Lega e appunto l’ala ‘contiana’ del Movimento 5 Stelle. Magari pensando a un passaggio di Mario Draghi da Palazzo Chigi al Colle, con conseguente ritorno anticipato alle urne.

Uno scenario che, sia chiaro, per ora si ferma solo ai classici rumors. Anche perché prima Conte deve disinnescare le potenziali mine nel suo partito. Non solo alla Camera, ma anche in Senato, dove il favorito Licheri potrebbe dover fronteggiare la concorrenza – spiegano alcuni parlamentari alla seconda legislatura – dell‘ex ministra del Lavoro, Nunzia Catalfo, ma soprattutto di Maria Domenica Castellone, vice presidente del gruppo M5S a Palazzo Madama, che gode della stima di almeno 30 colleghi. Stima che, la storia parlamentare insegna, non si traduce automaticamente in consenso. Ultimo, ma non ultimo, c’è il nodo della segreteria da sciogliere. Il mood è che domani saranno annunciati i nomi dei vice di Conte: in corsa ci sono sempre quelli di Paola Taverna, della vice ministra del Mise, Alessandra Todde, di Lucia Azzolina e del fedelissimo Mario Turco. Una squadra di Conte.

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