Italy

M5S, il rischio di un direttorio debolee le ambizioni di Di Maio

ROMA — «Sto riflettendo su queste tre ipotesi». Quando Vito Crimi si presenta all’assemblea, quasi portato di peso dalla rivolta scatenata dall’annuncio della sua assenza, lo fa con un discorso che lascia aperte tutte le ipotesi (qui il retroscena che racconta cosa è successo all’assemblea, ndr). In sintonia con il mood spaesato del Movimento, Crimi è un reggente che non regge più, che fatica a trovare una strada e che si trova sostanzialmente solo, collegato con un filo milanese a Davide Casaleggio, e osteggiato da buona parte dei leader che hanno trovato un facile capro espiatorio per le difficoltà del Movimento e la sconfitta alle Regionali. Alla fine, per levarsi il carico, affida a una consultazione via mail la scelta inevitabile, la partenza di un farraginoso processo dal basso, un’intricatissima selva di procedure burocratiche e formalismi.

Le critiche a Crimi

La sorte personale di Crimi è segnata, non sarà della partita nel nuovo direttorio e presto dovrà lasciare lo scettro, o quel che ne rimane. Ma nel frattempo è lui il dominus, è lui che parla, ascolta, valuta e temporeggia, come lo accusano di fare molti big. «Vuole prendere tempo, perché gli piace stare lì e se c’è il rimpasto magari riesce a piazzare qualcuno», maligna un parlamentare. «Macché, non ne può più di fare il parafulmine», lo difende un altro.

La strada di un nuovo congresso

Come sia, il percorso è ancora lungo e frastagliato. Alla fine, probabilmente, Crimi sceglierà la terza delle opzioni che ha illustrato in assemblea, ovvero l’avvio di un processo lungo, dal basso, un congresso che partirà entro il 10 ottobre e chissà quando finirà, nelle modalità scelte da una «commissione» di ben dieci persone che sarà scelta dai «portavoce» (i parlamentari ma anche consiglieri regionali e comunali). Un viaggio al termine della notte, che potrebbe non culminare nella scelta di un capo vero. Perché il rischio di questo percorso — che prevede alla fine degli Stati Generali la scelta di un organo collegiale, cioè un Direttorio — è che non sia davvero una governance reale, efficace. I leader delle varie aree (correnti) si metteranno davvero in gioco? I Di Maio, Di Battista, Taverna, Fico, Ruocco, Patuanelli, entreranno? Oppure sceglieranno di defilarsi, giocheranno al «mi si nota di più se non entro o se entro»? Fatto sta che Di Maio non sembra per nulla convinto di volerla giocare, questa partita della governance. Non perché abbia in testa un qualche Aventino, ma perché, al contrario, sa o spera che alla fine il vero dominus dei 5 Stelle tornerà ad essere lui. Nonostante il fastidio che provano diversi parlamentari per un ministro degli Esteri accusato (sottovoce) di debordare a volte dal suo ruolo, nonostante qualcuno ormai dica che «è diventato come Renzi».

Gli accordi tra le correnti

Di Maio insomma si sente il «leader naturale» del M5S. Sa, o spera, che alla fine gli sarà riconosciuto da tutti. Perché ha maturato più esperienza di altri colleghi, perché ci mette sempre la faccia, anche se l’ha cambiata mille volte, anche se la sua propensione all’alleanza con il Pd arriva dopo mesi nei quali tutti sapevano della sua avversione verso i dem. Avrà pure cambiato linea e idee, lo avrà anche fatto per posizionamento politico, ma alla fine del giro, c’è sempre lui. Stringendo un patto con Paola Taverna e quelli che davvero hanno un’anima più a sinistra nel Movimento (da Roberto Fico a Stefano Patuanelli) ha fatto l’unica cosa politicamente possibile, per restare in prima linea e per accerchiare Alessandro Di Battista, restato solo a combattere come un giapponese a guerra già finita. Bisognerà vedere se la pax siglata in questi giorni reggerà alla lunga e se Fico, Taverna e gli altri accetteranno davvero la leadership «naturale» di Di Maio.

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