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Ma in Italia il Green Pass divide aziende e sindacati: “Servono regole chiare”

MILANO - Le industrie premono, i sindacati frenano e gli addetti ai lavori chiedono chiarezza, per aziende e lavoratori, al governo. L’idea di rendere il Green pass un requisito per l’accesso ai luoghi di lavoro – che ha debuttato con la fuga di un’email interna del direttore generale di Confindustria, Francesca Mariotti – torna al centro del dibattito con il giro di vite di Joe Biden sui dipendenti federali. Per i lavoratori nostrani, il vicino più prossimo è il dipendente della Pa e proprio il ministro Renato Brunetta è stato tra i primi sostenitori dell’uso del certificato ai fini di incentivare la vaccinazione.

Da qui all’obbligo per i lavoratori pubblici, però, il passo non è breve: alla Funzione pubblica si attende che si definiscano le regole per il rientro a scuola, e solo allora si trarranno gli orientamenti per disciplinare il rientro in ufficio delle amministrazioni.

Gli industriali, intanto, domandano di accelerare per organizzare il post-ferie. «Così come lo utilizzeremo per gli spostamenti e l’accesso ai luoghi pubblici, il Green pass è un’opportunità per le imprese, i lavoratori e le comunità», dice Leopoldo Destro, presidente di Assindustria VenetoCentro. Un’introduzione che per Destro deve passare «per una condivisione tra le parti sociali».

Dal canto loro, Cgil, Cisl e Uil hanno preso poche posizioni, affidate ai segretari generali, e allineate: no a iniziative unilaterali, richiesta di regia al governo, pieno supporto alla campagna di immunizzazione ma attenzione a non far passare il certificato come un “liberi tutti” sulle altre misure di protezione, dal distanziamento alle mascherine. «Il protocollo sulle vaccinazioni sui luoghi di lavoro è ancora disatteso», dice Angelo Colombini, segretario confederale Cisl. «Dopo la prima disponibilità di 7 mila aziende, ad oggi sono 750 gli hub vaccinali attivati: la campagna di sensibilizzazione ai vaccini deve restare la priorità». 

Al ministero del Lavoro il metodo che si vuole seguire è il dialogo con le parti sociali. Ma non si esclude che alla fine lo strumento sia una legge, anche se, per ora, non è sul tavolo. Qualche impresa si è mossa in autonomia sollevando un vespaio come la mantovana Sterilgarda, che prima ha avvisato i dipendenti di possibili cambi di mansioni in caso di mancanza del Green pass, fino ad arrivare al divieto d’ingresso; poi ha precisato che agirà in accordo con le Rsu e di licenziamenti non ha mai parlato.

Con le norme attuali, «disporre l’obbligo di vaccinazione per l’accesso al lavoro è fuori questione», spiega Pasquale Staropoli, Responsabile Scuola Alta Formazione della Fondazione Studi dei Consulenti del lavoro. Ma è diverso il caso in cui si parli di «una proposta di alternativa tra green pass e lavoro agile». Il Tribunale di Modena ha riconosciuto come «la tutela della salute della comunità dei lavoratori prevale sul diritto del singolo di accedere al posto di lavoro». L’azienda non può imporre il Green pass, ma può «lasciare in smart working, o a casa senza retribuzione, il lavoratore che non avesse intenzione di vaccinarsi o eseguire i tamponi nei tempi previsti». Un nuovo protocollo «è necessario perché bisogna distinguere da situazione a situazione, a seconda delle garanzie sanitarie che gli ambienti di lavoro offrono – aggiunge il presidente del Cnel, Tiziano Treu –. Mi meraviglierei se il sindacato non volesse partecipare a una concertazione così importante, lasciando la palla al governo». Senza chiarezza, il pericolo è che si apra una stagione di ricorsi. <TB>

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