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Maneskin, rivoluzione a Sanremo: «La nostra forza? Aver creduto in noi stessi»

SANREMO In un Paese che non è fatto per band. In un festival che il rock l’ha sempre usato come foglia di fico per dire che così c’era tutto. A Sanremo hanno vinto i Maneskin con «Zitti e buoni». E mai i chitarroni erano arrivati così in alto all’Ariston. Tanto che pure Vasco Rossi, nume tutelare del rock ha commentato la vittoria parlando di «rivoluzione Sanremo». Ossia i quattro ragazzi scoperti da «X Factor» nel 2017. Sudore, voglia di suonare, glam, freschezza, uno in spalla all’altro. La finale è stata questo per loro. E anche le lacrime. «Non siamo degli automi senza sentimenti che suonano e basta: anche noi proviamo emozioni. Ci siamo resi conto di aver fatto delle cose importanti in quattro anni», dice Damiano David, il cantante.

Hanno festeggiato con qualche birretta finendo a orari rock’n’roll. «Ma la sveglia alle 9 non è stata rock», dicono. Il loro genere è finito in un angolino, soprattutto in Italia le chitarre sono sparite dalle classifiche. «In altri Paesi sta riprendendo spazio a grandi falcate e grazie ad artisti come Greta Van Fleet, Yungblud... il percorso di ritorno è già più rodato e avanti. Noi speriamo di essere il gancio che ha preso e portato questo cambiamento nel nostro mercato musicale. È vero che siamo abituati a vedere qualcosa di diverso sul palco di Sanremo, ma che questo sia un brano anticonvenzionale per noi va in secondo piano. È più importante sapere che rappresenti la nostra identità e ci ha stupito una reazione così veloce del pubblico».

Thomas Raggi, il chitarrista, ringrazia le famiglie: «La musica è in continua evoluzione ma noi abbiamo la fortuna di avere un background importante: i nostri genitori ascoltavano Red Hot Chili Peppers, Rage Against the Machine… Molti nostri coetanei sono cresciuti in ambienti differenti e con altri gusti. Per loro la chitarra elettrica non è da sfigati, non c’è nemmeno la concezione». Del rock non hanno solo il suono, ma anche l’attitudine. La gavetta l’hanno fatta. «In soli quattro anni siamo passati dal suonare in strada a via del Corso a Roma e dai ristoranti a vincere Sanremo. Imprevedibile che sia accaduto con un brano con queste sonorità. Abbiamo creduto in noi stessi e non nei commenti e nei condizionamenti esterni», racconta Vic De Angelis, la bassista.

È anche il tema del testo della loro canzone. Lo «zitti e buoni» del testo non è arroganza. «Sarebbe semplice dire che è rivolto ai detrattori. In realtà è un modo per dire che abbiamo consapevolezza del percorso che abbiamo fatto e per sottolineare che abbiamo le idee chiare su chi siamo e sulla musica che facciamo. È una cosa che sappiamo noi e nessun altro, è una cosa interna e nessuno ci farà cambiare idea con insulti e nemmeno con le mani addosso». La giusta arroganza di una generazione che vuole tutto. «Ognuno dice “noi da giovani facevamo questo e quello, eravamo più bravi di voi”. Mi sembra che la nostra stia imparando a non fare più paragoni, saremo forse i primi ad avere questa saggezza inedita. Abbiamo tanta consapevolezza di quello che non va e sbagliato», prosegue Damiano.

L’album si chiamerà «Teatro d’ira»: «Il teatro ci fa immaginare uno spettacolo calmo, mentre quando si apre il sipario del nostro show parte lo sfogo dei sentimenti nella musica — dice Vic —. Nei testi si parla di rabbia che però non è violenta e distruttiva, ma catartica e incanalata contro i pregiudizi». Aggiunge Thomas Raggi: «È un disco che nasce da due mesi di esperienza a Londra dove vai in un locale ed è pieno di band che suonano dal vivo. Il disco è improntato alla dimensione live».

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