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Mantova, l’arancione libera i negozi: «Felici di ripartire»

MANTOVA. Arancione speranza. Tutti felici, nonostante il lunedì di pioggia. Parrucchieri, estetisti, gioiellieri, commercianti d’abbigliamento sono emozionati dalla ripartenza, l’ennesima di questa lotta al virus che ci ha rapinato della quotidianità. La speranza è che sia l’ultima volta, che non si arretri più in zona rossa. Per gli affari, certo, sfilacciati dopo un anno di singhiozzo commerciale, ma anche per l’umore. «La cosa peggiore? Essere scippati della dignità del lavoro» risponde Monica nella gioielleria Boselli di via Verdi. Attività di famiglia, che gestisce insieme al marito e al figlio: per loro questa è l’ottava ripartenza, per un totale di cinque mesi lavorati nell’ultimo anno. Persa la festa della mamma. Andata la Pasqua. Zero cresime. La normalità ridotta a macerie.

Stessa via, pochi metri più in là, Annick Mollard ha appeso un cartello all’ingresso della sua boutique di scarpe: «Evviva apriamo». «Siamo felici – scandisce, il sorriso imbavagliato che le illumina gli occhi – speriamo di rispondere al desiderio dei clienti e che la gente rispetti le regole, un’altra chiusura ci porterebbe al collasso definitivo». Durante questi mesi Mollard si è attrezzata con la vendita online, attraverso i canali social, e la consegna a domicilio (o in ufficio) in sella alla sua bicicletta. Racconta commossa della risposta generosa delle clienti, «anche questo è commercio solidale, un modo per darci coraggio e aiutare i negozi di vicinato della nostra città».


Se la speranza a breve termine è di non chiudere più, di riconquistare al virus una porzione di normalità, quella a medio/lungo termine è che la scia delle vetrine vuote non si allunghi fino ad annegare l’identità commerciale del centro storico. Poche settimane prima che arrivasse la pandemia, la chiusura di Mango, il punto vendita della catena d’abbigliamento spagnola in piazza Broletto, aveva innescato un dibattito vivace su affitti, parcheggi, abitudini di consumo, opportunità e ostacoli.

Riletta adesso, la discussione sembra appartenere a un’altra epoca. Lockdown, e-commerce e smart working hanno accelerato di colpo processi già in atto e spazzato via ogni riferimento. Da qui in avanti è in gioco la sopravvivenza stessa. Ci sono cose, però, che online non si potranno mai comprare. Un taglio o una tinta professionale dal parrucchiere, ad esempio. Oppure una seduta dall’estetista. Servizi che confortano e gratificano, offrendo un argine alla trascuratezza di sé che inevitabilmente s’accompagna alla mutilazione della socialità.

E infatti riuscire a parlare con una parrucchiera o un’estetista nel primo giorno di riapertura è un’impresa. «Si torna in attività» commenta Simona Mattiello, con l’asciugacapelli in pugno, una cliente al lavabo e l’altra allo specchio, nel suo salone “Onda d’Immagine”, in piazzale di Porta Cerese. Racconta del telefono che non smette di squillare da sabato, quando è stato ufficializzato il passaggio in zona arancione, e delle clienti animate dal desiderio di vedersi in ordine, ma anche dal bisogno di scambiare due chiacchiere e farsi quattro risate.

«L’emozione è tantissima – sorride Patricia Bassi, titolare del salone Claudia Staff, in via Bertani – anche le ragazze non ce la facevano più. Abbiamo ricevuto moltissime richieste, al punto da dover compilare una lista d’attesa». Stesso marciapiede, pochi metri più in là Sara Buelloni, titolare di “Estetica Sara”, riesca ad affacciare il viso dalla porta soltanto per un cenno di saluto. Troppo lavoro.

BARISTI E RISTORATORI AL PALO

Tutti felici dello sbiadimento dal rosso all’arancione? Sì per il calo dei contagi su cui poggia, no per le conseguenze pratiche. Ci sono categorie per le quali l’allentamento delle maglie non cambia nulla. Così per baristi e ristoratori, ancora aperti solo per l’asporto e la consegna a domicilio, in compagnia dei gestori di cinema, teatri, discoteche, palestre e relativi dipendenti, chiusi senza spiraglio alcuno. Compagnia esasperata, senza più soldi ed energie emotive da opporre alla situazione.

«L’unica cosa che cambia per noi è che torneremo a lavorare con i titolari dei negozi riaperti – osserva MattiaPedrazzoli, titolare del bar Brasile, in via Calvi, e rappresentate di categoria in Fipe Confcommercio – cioè poco o nulla, anche perché, non avendo la cucina, come la quasi totalità dei bar, alle 18 dobbiamo interrompere l’asporto, rinunciando agli aperitivi. Rabbia? Sì, anche perché, dopo un anno, la gente è stanca di bere il caffè nel bicchierino di carta, fuori nel vicolo. La speranza è che si proceda verso la zona bianca, affidandoci alla campagna vaccinale». Risponde da Roma, Giampietro Ferri, titolare dell’Osteria da Pietro a Castiglione e presidente provinciale di Fipe Confcommercio, che oggi sarà nella capitale, in piazza San Silvestro, per partecipare all’assemblea straordinaria dei pubblici esercizi. «Siamo stremati e non si vede una via d’uscita – ripete – ora pretendiamo una data certa per la riapertura. Comprendiamo l’emergenza sanitaria, ma ormai siamo tra le ultime categorie ancora ferme. L’asporto? Non può essere la soluzione, funziona solo in una situazione di movimento normale e come forma di arrotondamento». E poi c’è la beffa dell’ultimo decreto Sostegni: niente ristori alle attività che non abbiano perso almeno il 30% del fatturato.

«In ogni caso parliamo di briciole» avverte Ferri. Come se ne esce? «Con regole ben precise, poche e chiare. Non c’è bisogno di interpretarle, ma di applicarle e farle rispettare. Quindi, ristoranti aperti a pranzo in zona arancione, e anche la sera in zona gialla».

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