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Med & Italian Energy report 2022: con porti, nuovo asse gas e rinnovabili l’Italia sarà centrale nel Mediterraneo

L’area del Mediterraneo assumerà un nuovo ruolo chiave in tema di approvvigionamento energetico nel breve e medio periodo. Al suo interno l’Italia potrà essere centrale non solo per il dialogo con i fornitori africani, ma anche per l’efficienza dei suoi porti di ultima generazione.

Lo dice il quarto Rapporto MED & Italian Energy presentato oggi al Parlamento Europeo. L’edizione di quest’anno è intitolato “Alternative fuels: a strategic option for the Euro-Mediterranean area?” ed è frutto della sinergia tra SRM (Centro Studi collegato al Gruppo Intesa Sanpaolo) e l’[email protected] Center del Politecnico di Torino, e della collaborazione con la Fondazione Matching Energies.

Lo studio analizza come si è evoluto l’approvvigionamento di petrolio e gas negli ultimi 20 anni, ma soprattutto che cosa è accaduto negli ultimi mesi, in cui si è vista una rivoluzione delle fonti di approvvigionamento e della catena di fornitura a vantaggio delle fonti energetiche alternative. Seguendo il mutamento di tale processo, si sta verificando anche uno spostamento geografico delle fonti energetiche, le quali già ora si trovano nel cuore del Mediterraneo dove l’Italia potrebbe avere un ruolo strategico importante.

L’energia è diventata non solo una leva fondamentale per perseguire gli obiettivi di transizione ecologica e neutralità ma anche un asset strategico e geopolitico. Dobbiamo guardare con crescente attenzione alla regione del Mediterraneo, un mercato giovane con un enorme potenziale per la produzione di energie alternative e rinnovabili” sottolinea Francesco Profumo, presidente Compagnia San Paolo. ”Il nostro Paese è il “ponte” naturale tra Nord e Sud: occorre mobilitare investimenti infrastrutturali e le migliori competenze per farne occasione di crescita e sviluppo”.

Per ora il petrolio ha ancora parte dominante, ma stanno prendendo quota rinnovabili e biocarburanti

All’interno dell’Unione Europea si parla da circa 20 anni di mix energetico per indicare quanta parte delle varie fonti energetiche viene utilizzata dai paesi e lo studio osserva che il petrolio è ancora dominante ma ora stanno facendosi largo anche rinnovabili e biocarburanti. La quota di petrolio è diminuita di 6 punti percentuali negli ultimi due decenni, passando dal 38,7% al 32,7% mentre è leggermente aumentata quella del Gas, passata dal 20,6% al 24,4%. Ma ad avere fatto un netto balzo sono state rinnovabili e biocarburanti che hanno guadagnato più di 11 punti percentuali passando da una quota del 6,4% ad una del 17,9%.
Come è noto, a seguito delle vicende belliche, si è andato riducendo il consumo di gas, diversificando le fonti e cambiando le forniture. Fino al 2021, l’UE importava il 90% del suo consumo di gas, di cui il 45% lo acquistava dalla Russia, quota che per altro ha continuato a crescere dal 31% registrato nel 2010. La stessa Russia per altro forniva il 27% delle importazioni di petrolio e il 46% di quelle di carbone. Gli altri fornitori di Gas per l’UE sono Norvegia, USA, Qatar e Algeria che coprono il 47,7% delle esigenze.

Ribaltamento della situazione nel 2022. Il dialogo Algeria-Italia

Nel 2022 (in particolare marzo-settembre) le forniture di gas russo per l’UE sono diminuite dell’80% ed è iniziato un processo di riduzione della domanda (degli utenti finali), di diversificazione degli approvvigionamenti e di aumento di importazioni di GNL insieme ad un potenziamento delle rinnovabili. L’Italia è tra i Paesi che hanno risentito maggiormente dalla riduzione del gas russo reagendo con maggiori importazioni in particolare dall’Algeria: nei mesi di settembre e ottobre 2022 l’importazione di gas attraverso il Transmed (entry point del Gas algerino) è stata superiore al 40% dell’importazione totale di gas. Contestualmente, a settembre l’importazione di gas russo attraverso il gasdotto TAG è stata pari all’8,7% dell’importazione totale e addirittura inferiore all’1% a ottobre.

Il ruolo del Mediterraneo: rinnovabili in crescita di oltre il 100% in 5 anni

“Il Sud del Mediterraneo diventa quindi strategico per superare la crisi ed impostare i futuri equilibri energetici, non solo per i combustibili fossili” sottolinea il rapporto. “A livello strategico è importante rafforzare, in modo strutturale, il nuovo ruolo centrale del Mediterraneo per garantire la sicurezza dell’approvvigionamento energetico nel breve e medio periodo”.

Il ritmo di crescita della capacità rinnovabile in Medio Oriente e Nord Africa dovrebbe aumentare di oltre il 100% nei prossimi 5 anni, passando da 15 GW a oltre 32 GW. L’espansione della capacità è concentrata in cinque Paesi: Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Israele, Egitto e Marocco.
Un’altra opportunità per attuare la decarbonizzazione sarà rappresentata agli investimenti nell’idrogeno: Marocco ed Emirati Arabi Uniti hanno già elaborato una Road Map e/o sottoscritto un memorandum sul tema dell’idrogeno verde. E del resto L’UE, in occasione della COP27 di Sharm el Sheikh ha anche sottoscritto un MoU con l’Egitto per creare un partenariato sull’idrogeno verde.

La visione di lungo termine: puntare su sicurezza ed equità sociale

Le fonti fossili attraverso il Mediterraneo sono ancora una scelta obbligata visto la crisi geopolitica in atto tra Russia e Ucraina. Ma, nel lungo termine, il panorama cambierà e sarà necessario un passaggio verso le commodity energetiche. A proposito dell’evolozione dei sistemi energetici nel Mediterraneo si parla del “trilemma energetico” che consiste in sostenibilità ambientale, sicurezza energetica ed equità. Il conflitto tra Russia e Ucraina sta spostando la priorità dalla sostenibilità ambientale alla sicurezza ed equità sociale.

Nel lungo periodo le scelte politiche strategiche dovranno riequilibrare il “trilemma energetico”: lo sfruttamento delle risorse rinnovabili disponibili localmente potrebbe portare a benefici non soltanto in termini di crescente sostenibilità, ma anche con riferimento alla sicurezza degli approvvigionamenti per i paesi altamente dipendenti dall’import e all’equità sociale, garantendo accessibilità all’energia per tutti i cittadini, dice il rapporto. L’energia elettrica da fonti rinnovabili dovrebbe assumere il ruolo centrale nel futuro mix energetico e nella costruzione di un nuovo dialogo “verde”, anche se da solo l’energia elettrica non potrà garantire la completa decarbonizzazione dei sistemi energetici mediterranei che richiedono una sinergia con altre commodity, come l’idrogeno.

L’utilizzo di combustibili alternativi aiuterà l’economia circolare

In questo contesto, un ruolo non trascurabile potrebbe essere svolto dai combustibili alternativi, sia biocombustibili che combustibili sintetici (ottenuti combinando idrogeno e CO2), il cui sfruttamento si inserisce in un approccio di economia circolare coerente con il Green Deal europeo e che sono già stati inseriti nel piano strategico della Commissione Europea “REPowerEU”. I biocombustibili del settore dei trasporti dell’UE, rappresentando l’83% del totale dei combustibili utilizzati nel 2020 nel settore trasporti.

Trasporti marittimi e portualità : l’Italia in prima linea

Un’attenzione particolare in questi scenari è stata data al ruolo dei trasporti marittimi e della portualità, ambito in cui, di nuovo l’Italia può giocarsi un ruolo di primo piano, con le dovute azioni strategiche. I porti stanno diventando poli di sviluppo industriale ed energetico, soprattutto con i nuovi modelli Green Ports e Green Ships: in quanto terminali di energie fossili e rinnovabili, ma anche come luoghi di sbocco di pipelines provenienti in particolare dal Nord-Africa che portano flussi di energia e anche vicini a industrie ad alta intensità energetica, il loro valore strategico ed economico crescerà.
La portualità italiana ha un’importante caratterizzazione energetica: il 34% del traffico è costituito da rinfuse liquide (oltre 163 milioni di tonnellate nel 2021). Nei primi 6 mesi del 2022 sono state superate le 80 milioni di tonnellate (+5,6% sul 2021). I primi 5 Energy port italiani, Trieste, Cagliari, Augusta, Milazzo e Genova, concentrano il 70% circa del traffico. Il porto di Trieste in particolare sta assumento un ruolo nuovo anche all’interno dell’unione europea, anche grazie alla recente nomina del suo presidente, Zeno D’Agostino, dell’European Sea Port Organisation.
Inoltre con PNRR è stata attribuita alle infrastrutture marittime italiane una dotazione di 9,3 miliardi di euro con l’obiettivo dell’efficientamento energetico e della sostenibilità in generale dei nostri scali.
È nato e sta evolvendo in Italia, un nuovo modello portuale che sta ricalcando quelli più evoluti del Nord-Europa: il Green Port, vale a dire uno scalo sempre più rivolto a efficientare il proprio consumo di energia, ad essere al servizio di navi che utilizzano combustibili alternativi e a dotarsi di infrastrutture di attracco ed equipment per il bunkeraggio diversificato delle navi. Ma anche di utilizzare tecnologie digitali, modelli intermodali e sempre più rivolti a perseguire l’obiettivo di riduzione delle emissioni.

In grande evoluzione il settore dello shipping

Se l’intero settore dei trasporti globali è responsabile del 24% delle emissioni totali di CO2, il trasporto marittimo ne rappresenta il 2,3% (e l’1,8% di tutti i gas serra). “L’impronta ambientale del settore marittimo è certamente piuttosto ridotta rispetto agli enormi volumi di merci trasportate in tutto il mondo, ma comunque la decarbonizzazione dello shipping è nella lista delle priorità sia delle Nazioni Unite, attraverso l’IMO (International Maritime Organization), sia dell’Unione Europea” osserva il rapporto.

Gli armatori sono chiamati a investire urgentemente per far diventare la loro flotta sempre più verde utilizzando combustibili alternativi e tecnologie che riducano a zero le emissioni. E’ vero che investire in carburanti netti a basse/zero emissioni è costoso, ma questi carburanti sono attualmente fino a tre volte più costosi dei carburanti marini convenzionali. Da gennaio a ottobre 2022 il 63% della flotta negli orderbook (navi nei cantieri in costruzione) è rappresentato da mezzi alimentati con combustibili alternativi, prevalentemente Gas Naturale Liquefatto e Metanolo.

Secondo alcune nel 2024 l’intera industria europea spenderà per la decarbonizzazione del trasporto via mare di container tra un minimo di 3,5 miliardi e un massimo di 14,5 miliardi di dollari per l’applicazione delle nuove norme ambientali e il passaggio ai combustibili green. Nel periodo gennaio/ottobre il GNL ha detenuto il primato degli orderbook dello shipping con il 52% del totale della flotta alimentata con combustibili alternativi, al secondo posto il metanolo con l’8,5%. Un ulteriore 11,4% delle navi saranno “Ammonia Ready”.

Molte navi container stanno rinnovando le flotte: ordini per miliardi di dollari

Molti container carrier stanno investendo in combustibili alternativi, solo per fare alcuni esempi: la cinese Cosco Shipping Holdings ha ordinato 12 navi portacontainer da 24.000 Teu a doppia alimentazione a metanolo per un valore di circa 2,9 miliardi di dollari ripartite tra le sue unità di trasporto container, la OOCL e la Cosco Shipping Lines – rispettivamente per 7 e 5 navi. La danese Maersk ha annunciato ad ottobre l’ordine, per 6 portacontainer dual fuel a Metanolo da 17mila Teu di capacità. Le nuove unità, in consegna nel 2025, si andranno ad aggiungere alle altre dello stesso tipo che il gruppo danese ha commissionato recentemente, e che riceverà nello stesso anno (in totale 19). La francese CMA CGM ha reso noto di aver effettuato ordini per 10 navi portacontainer a doppia alimentazione Gnl e 6 navi alimentate a metanolo, portando il suo portafoglio ordini a 69 navi. Il liner svizzero MSC ha effettuato un maxiordine di 28 portacontainer a GNL dal costo complessivo quasi 3,5 miliardi di dollari. Inoltre, vale 3 miliardi di euro il portafoglio ordini di 3 navi da crociera alimentate a GNL. La prima consegna è avvenuta ad ottobre 2022: la MSC World Europa è la prima nave da crociera al mondo ad essere dotata della nuovissima tecnologia fuel cell a GNL.