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Michelle Hunziker: «Bionda e sexy: sono stata bersaglio di gossip molto feroce e non uscivo di casa»

«Striscia ha cambiato i palinsesti, da 30 anni a questa parte ha deciso che esiste un access prime time, è entrata nell’immaginario collettivo, è diventata un cult». Michelle Hunziker da lunedì 29 torna su Canale 5 a condurre il tg satirico ideato da Antonio Ricci. «Ormai sono 16 o 17 anni, ho perso il conto, è diventata la mia casa».

Con lei c’è Gerry Scotti.
«Il nostro rapporto va oltre il lavoro, c’è una sintonia che ci fa lavorare con la leggerezza nel cuore, ci intendiamo con un’occhiata. Del resto ci conosciamo da anni, ci sentiamo anche al di fuori di Striscia, se ho bisogno so che Gerry c’è, la verità è che ci vogliamo bene davvero. Lui è svizzero come me, facciamo a gara a chi arriva prima, è la mia versione maschile: siamo entrambi nazionalpopolari, vicini alla gente, non costruiamo la nostra presenza sull’irraggiungibilità, siamo molto easy».

Di Antonio Ricci cosa la colpisce ancora oggi?
«Antonio è sempre Antonio, non l’ho mai visto in nessuna occasione usare filtri: è sempre se stesso, dice in faccia a tutti quello che pensa. E non ti molla mai, ha un senso di aggregazione e fedeltà unici».

Lei ha un’immagine costruita sulla solarità. Cosa nasconde?
«Essere solari e positivi non significa non essere profondi. Mi arrabbio, mi intristisco, vivo il dolore e la sofferenza, la malinconia e la nostalgia. Sono come tutti. Nessuno è esente dai tormenti interiori. Però affronto la vita a modo mio, sono affetta da amnesie selettive: le cose brutte le cancello, è la chiave che serve a proteggermi e a salvarmi da tutto quello che la vita mi ha offerto di brutto. Sono così: i ricordi belli li salvo tutti, quelli spiacevoli il mio cervello li elimina. Quindi non sono per niente rancorosa: puoi farmi le peggio cose, io con te chiudo, ma senza serbare rancore. Ignoro completamente il risentimento. La mia immagine pubblica però non è quella privata: semplicemente ritengo necessario non condividere certi umori per non appesantire la gente con zaini di sofferenza di cui non hanno bisogno».

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Questa consapevolezza di sé è frutto anche di un percorso psicologico. Cosa ha capito con l’analisi?
«Ho capito che anche quando il mio cervello elimina certi dolori non significa che non esistono: in realtà lavorano dentro di te, in passato mi hanno creato grossi disagi, anche fisici. Tirare fuori la sofferenza mi è servito a elaborarla, perché le amnesie selettive sono una forma di protezione, ma essere sempre accomodante, evitare lo scontro, alla lunga ti fa macerare. Ti fa anche ammalare, come succede a molti “buoni” che si tengono tutto dentro per il bene comune, per il bene degli altri, perché hanno paura di chiedere aiuto. E finisce che stai male. I traumi rimangono e vanno elaborati, farsi aiutare aiuta te e chi ti sta accanto».

Il tema della parità le sta a cuore. Beatrice Venezi fa bene o male a farsi chiamare direttore e non direttrice?
«È vero che è importante togliere dal nostro lessico dei cliché, che parte della svolta culturale passa anche da lì. Ma se tutto funzionasse come dovrebbe, me ne fregherei di farmi chiamare direttore o direttrice. Sono i fatti che contano. Io sono per la sostanza, non per la forma, che conta come rispetto, non come titolo professionale».

Quanto siamo lontani da una vera parità?
«Intanto questo argomento esiste, se ne parla e dunque è attuale, è nel nostro tempo, lo stiamo affrontando e sviscerando. Siamo nel bel mezzo di questa rivoluzione, la chiave sono i genitori e la scuola, l’investimento è su generazioni di ragazzi e ragazze che devono imparare che emancipazione non è solo una parola, ma un’attitudine alla vita. Penso ci vorranno almeno due o tre generazioni per arrivare dove vogliamo arrivare».

La bellezza è stata il suo trampolino di lancio, quanto le ha pesato lo stereotipo della bionda?
«Oggi si parla di body positive, di bullismo, di discriminazione fisica. Ma la discriminazione fisica è sia quando sei ritenuto troppo bruttino per certi mestieri, sia quando sei troppo bellino per essere considerato intelligente. Io negli anni 90 corrispondevo al cliché, ho dovuto lottare per far capire che volevo essere altro oltre a una bella forma. Sapevo che piaceva che io fossi sexy, ma cercavo sempre di pormi anche in una chiave ironica e autoironica. Il mio obiettivo era non essere una rivale a casa, ma far sentire al pubblico il mio disagio perché non era quella la mia natura: non volevo essere etichettata come una ragazza sexy e basta. Oggi la televisione ha fatto un grande lavoro, ci sono tante conduttrici di successo, più donne che uomini».

Una critica che l’ha ferita profondamente?
«Dai 20 ai 30 anni sono stata bersaglio di un gossip molto pesante, molto feroce. Non ero abituata, la vivevo malissimo, mi chiudevo in casa, mi chiedevo se avessero ragione quelli che dicevano che ero una iena ridens. In prima pagina su un giornale titolarono che ero posseduta da Satana, fu la cosa che mi ferì di più, essere trattata come un’indemoniata ai tempi delle streghe medioevali. Gli hater invece non mi fanno male, è gente che vive la propria frustrazione nel rancore, bisogna ignorali».

Dunque non è bionda come sembra... Incassa la battuta e ride.
«Lo dico sempre, trattatemi come se fossimo in uno spogliatoio maschile. Per me giocare, scherzare e divertirsi è il sale della vita. I comici ormai si sono estinti per quest’attitudine puritana e perbenista, per l’eccessiva attenzione alla forma che ci circonda. Così finiamo per togliere un po’ di sacrosanta leggerezza alla vita».

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