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Modestamente parlando

A Milano sono conservate 470 epigrafi romane su lapidi e cippi. Da oltre cent’anni si attendeva – ma l’argomento non è da instant-book – un catalogo ragionato: l’ultimo era quello del funzionario Emilio Seletti del 1901. Ci hanno pensato Antonio Sartori, già professore di Epigrafia Latina alla Statale e la giovane studiosa Serena Zoia e dalla loro ricognizione esce un campionario di usi, costumi e figure della Mediolanum romana che «avrebbe potuto dare dei punti alla città di oggi», afferma Sartori. Emergono nomi e costumi dei residenti che rivelano insistita velleità di mettersi in mostra «con l’unico mezzo di comunicazione disponibile: le iscrizioni incise sulla pietra, distribuite in ogni luogo e in tutte le occasioni».

Le epigrafi sono i mass-media dell’antico, con tanto di rincorsa dei cittadini per esserci, farsi vedere, usarle a fini che oggi, diremmo, pubblicitari. Insomma, un po’ epitaffi e un po’ «Dagospia», le epigrafi consegnavano agli altri sia la traccia di ciò che eravamo sia di ciò che avremmo voluto essere. Avevano funzione funeraria o commemorativa, ma in esse ne emerge anche una promozionale in favore dei sopravvissuti: la pietra offriva una garanzia di durata, più di internet.

Le epigrafi milanesi sopravvissute rivelano una buona dose di personalismo tra i cittadini di allora e la propensione al «parlare per immagini», con «scenette», come nella comunicazione contemporanea. Una stele in pietra d’Istria rinvenuta nei primi del XVI secolo presso la chiesa di San Maurizio, raffigura una coppia di coniugi che esibisce i migliori particolari del proprio status: lui con la toga delle grandi occasioni che dà la mano a lei, composta, ingioiellata e dotata del fuso per filare la lana, che significa che era la padrona di casa. Su una lastra da Santo Stefano in Brolo un funzionario scrive un obituary per la moglie, ma in due righe su tre si dilunga sulla di lui carriera.

Qualcuno gratta (sbianchetta) nomi dalle steli per damnatio memoriae, mentre sulla base di una statua in onore di un senatore si aggiunge un nuovo avanzamento in carriera, tanto per farlo sapere. Un ciabattino descrive la sua bottega nella forma solenne dei monumenti più altolocati, come se fosse uno dei migliori atelier di moda della città. Molte epigrafi rivelano il già diffuso commercio di tessuti di lana che faceva di Milano una capitale dell’import-export. C’è anche molta tristezza nel ricordo figurato di un gladiatore che a 22 anni aveva sostenuto 13 scontri fino a lasciare sconsolata la sua giovanissima famiglia.

«A volere esemplificare — conclude Sartori — di più del ribollire di quella che fu la società romana, arrivista, sospettosa, pronta a stringere amicizie di interesse o a scioglierle, si potrebbe concludere niente di nuovo sotto il sole». Queste steli (molte al Museo Archeologico o nell’Antiquarium) provengono da scavi regolari (le terme del IV secolo d.C. in corso Europa), da demolizioni, da donazioni o vendite dei maggiori collezionisti (come la famiglia Archinto)o, infine, da acquisti a vario titolo e persino da bottini di guerra (è il caso di quelle portate da Gian Giacomo Trivulzio).

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