Italy

Morandi, la verità in 480 intercettazioni. La Procura: "Decisivi gli audio dell’ex ad Castellucci"

Genova - La Procura ha deciso: le intercettazioni clou, che certificano primariamente le responsabilità di Autostrade per l’Italia nel crollo del Ponte Morandi (43 vittime il 14 agosto 2018) sono 480. E tra gli audio considerati «rilevanti» ne figurano diversi dell’ex amministratore delegato di Aspi Giovanni Castellucci, tra i principali indagati.

Nel frattempo si scopre che tre degli inquisiti, ultraottantenni, sono morti negli ultimi mesi: Graziano Baldini, responsabile esercizio Autostrade nei primi Anni 90; Celso Gambera, che ebbe ruoli direttivi nel Primo tronco; Luigi Forti, anch’egli un tempo in Autostrade. E ha trovato conferme negli ultimi giorni l’indiscrezione secondo cui i pm sono pronti a scremare in modo anche significativo l’elenco delle persone per le quali chiederanno il rinvio a giudizio.

Gli audio prima del crollo

L’aggiornamento più rilevante sulla strage di Genova riguarda senza dubbio le intercettazioni. È stato il sostituto procuratore Massimo Terrile, titolare del fascicolo insieme a Walter Cotugno e sotto il coordinamento del procuratore aggiunto Paolo D’Ovidio, a selezionarle, mettendole a disposizione dei legali. Mercoledì, durante un’udienza speciale definita «stralcio», accusa e difese inizieranno il confronto su quali comunicazioni devono entrare nel processo, partendo proprio dall’elenco stilato dai pm e non è detto che basterà un passaggio per decidere. Nell’inchiesta, ricordiamo, sono coinvolte oltre 70 persone fra dirigenti e tecnici di Autostrade per l’Italia, della controllata Spea e del ministero delle Infrastrutture, con accuse a vario titolo di omicidio colposo plurimo, crollo doloso, omissione di atti d’ufficio e attentato alla sicurezza dei trasporti.

Tra i casi più complessi da vagliare c’è quello d’una comunicazione che riguarda l’ex supercapo delle manutenzioni Aspi, Michele Donferri Mitelli, precedente alle indagini. Risale al 24 ottobre 2017, quando si tiene un summit Autostrade-Spea. Il clima evidentemente non è idilliaco e Marco Vezil di Spea si presenta con un registratore nascosto nella giacca, per fissare gli audio che le Fiamme gialle troveranno in seguito nel corso d’una perquisizione. Donferri in quel frangente detta ai suoi sottoposti la linea e chiede di rivedere valutazioni troppo negative sulle condizioni di vari viadotti: «Cosa sono - dice - tutti ’sti 50 (il numero indica un coefficiente di rischio, più alto è e più urgenti sono le manutenzioni da eseguire, ndr)? Me li dovete togliere... Adesso riscrivete e fate Pescara (il riferimento è a un viadotto nella zona, ndr) a 40... il danno d’immagine è un problema di governance».

In quelle conversazioni emerge inoltre come Donferri avesse obiettivi di risparmio legati a una maxi-operazione finanziaria del gruppo, la cessione d’un pacchetto azionario da 1,49 miliardi ai soci tedeschi guidati da Allianz e al fondo sovrano cinese Silk Road Fund. «Devo spendere il meno possibile... Sono entrati i tedeschi, sono entrati i cinesi... devo ridurre al massimo i costi, lo capisci?».

«Logiche commerciali»

Da questi scambi, agli occhi di chi indaga, «emergono con prepotenza le logiche commerciali sottese agli interventi manutentivi». Sul tema sono significative pure le parole pronunciate da persone non indagate, come Gianni Mion, ex presidente di Edizioni Holding, la cassaforte dei Benetton, azionista di Atlantia che controlla a sua volta Autostrade: «Il vero grande problema - dice intercettato, mentre nel febbraio 2020 parla con Giorgio Brunetti, professore emerito della Bocconi - è che le manutenzioni le abbiamo fatte in calare. E più passava il tempo e meno facevamo... E Gilberto (Benetton, morto nel 2018) e tutta la famiglia erano contenti...». I magistrati evidenziano sia conversazioni che forniscono un quadro più «sistemico» e potrebbero rischiarare la policy generale, sia altre più specifiche sul Morandi. E fra gli scambi più «rilevanti» inseriscono un messaggio risalente al 25 giugno 2018, ovvero due mesi prima del disastro.

Paolo Berti, in quel momento direttore centrale operazioni, scrive su WhatsApp a al capo nazionale delle manutenzioni Donferri Mitelli (nel cui telefono sarà ritrovato l’intero scambio) e si confrontano proprio sul viadotto poi collassato. Berti chiede se si può «iniettare aria deumidificata» per «levare l’umidità». Donferri replica «i cavi sono già corrosi» e Berti chiosa così: «Stica..., io me ne vado...».

I colloqui fra top manager

Al momento non sono trapelate conversazioni «dirette» di Castellucci, che invece saranno al centro del confronto da mercoledì. Ma c’è uno scambio in cui di fatto emergerebbero riferimenti alla linea ricevuta dagli azionisti. È del febbraio 2020, pochi mesi dopo le sue dimissioni con buonuscita milionaria da Atlantia. A parlare sono Carlo Bertazzo (non indagato), nominato qualche settimana prima ad di Atlantia al posto dello stesso Castellucci, e Fabio Cerchiai (indagato) che di Atlantia è presidente da tempo. «Sta dicendo - dice Bertazzo riferendosi a Castellucci - “guarda questa Edizione, guarda questi Benetton, mi hanno ingessato la società in quanto volevano dividendi, dividendi, dividendi... mi sono trovato nella situazione difficile da gestire...».

Per gli investigatori la «situazione difficile» riguardava i risparmi sulle manutenzioni di varie infrastrutture, Morandi in primis. Cerchiai è sorpreso: «Fatico a ricondurlo (intende quel tipo di pensiero, ndr) a Giovanni - ribadisce -. Se mi dici “questi Benetton mi hanno maltrattato” (intendendo una frase che potrebbe aver pronunciato Castellucci, ndr) può essere. Ma che l’hanno ingessato costringendolo con i dividendi, non ci credo...». E però Bertazzo ne è convinto e ripete. «Dice che pensano solo ai dividendi e hanno ingessato la società. Questa è la parola che ho trovato in due fonti».
 

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