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Morta Rossana Rossanda, fondatrice e voce più autorevole del «manifesto»

Rossana Rossanda è morta domenica 20 settembre a Roma. Rossanda fu dirigente del Pci negli anni 50 e 60, deputata per la prima volta nel ‘63, icona della sinistra internazionale, amica di Sartre e Foucault, fu radiata dal Partito nel 1969 e insieme, tra gli altri, a Luigi Pintor, Valentino Parlato, Lucio Magri, Aldo Natoli e Luciana Castellina, fondò «il manifesto».

«Ma Rossana oggi c’è?». Era questa la domanda che si poneva più d’uno nella redazione del «manifesto», verso la fine degli anni Settanta, se aveva in mente di proporre in quel determinato momento al giornale qualcosa che considerava importante. Perché un conto era che il «collettivo» di redazione, allora si chiamava così, ossia la quotidiana riunione plenaria dei giornalisti e dei poligrafici tenuta a esprimersi sul numero del quotidiano del giorno dopo, dovesse decidere un orientamento su fatti di cronaca: quelle erano questioni di routine, anche se di dirompente attualità. Altra cosa era invece se l’argomento richiedesse scelte in qualche modo strategiche, una valutazione politica o culturale più complessiva. Se rientrava in quest’ultima categoria, senza «Rossana», Rossana Rossanda, non era il caso di parlarne. Meglio aspettare che tornasse da fuori, in genere da Milano o da Parigi, città nelle quali incontrava intellettuali, sindacalisti, operai, il più delle volte viaggiando con il suo compagno K. S. Karol, uomo dai capelli argentati con una tipica fisionomia della Mitteleuropa. Un polacco, ci si raccontava riferendosi ai suoi problemi di vista, che «aveva perso un occhio nella battaglia di Stalingrado».

Ad avere questa soggezione reverenziale verso il prestigio quasi mai formalizzato di Rossana Rossanda erano soprattutto le donne. Lei di fatto risultava per tutti un direttore del «manifesto», sia che il suo nome in quel periodo comparisse nella gerenza della testata oppure no. Ma non erano le sole, le giornaliste, e di certo la redazione, abituata a riunirsi ad ora di colazione in una stanza piena di fumo al quinto piano del 146 di via Tomacelli, a Roma, non era formata da soggetti inibiti. Anche se non conoscevano il proprio futuro, poco più che ragazzi ne facevano parte tra gli altri Gianni Riotta, che titolava gli articoli di un collaboratore di nome Umberto Eco (sul «manifesto» firmava con lo pseudonimo «Dedalus») e sarebbe diventato direttore di «Sole 24 Ore» e Tg1; Stefano Bonilli, che avrebbe inventato il «Gambero Rosso»; Lucia Annunziata, che avrebbe occupato per decenni schermi della tv di Stato; Tiziana Maiolo, che sarebbe stata eletta deputata prima in Rifondazione comunista e poi in Forza Italia. In prevalenza persone poco timide, per niente remissive. Di tanto in tanto si affacciava in trasferta da Bologna Stefano Benni, chiamato solo «Benni», autore non ancora di bestseller bensì di brevi racconti satirici da quotidiano come Laggiù nel weekend, una descrizione oscillante tra l’iperrealistico e l’onirico di un interminabile ingorgo agostano su un’autostrada, nel quale c’era chi per sopravvivere si nutriva di mentine.

Era l’originalità dei punti di vista che era in grado di fornire, oltre ai capelli bianco-grigi che le erano venuti nel 1956 durante l’invasione sovietica dell’Ungheria, ad assegnare a Rossana quel prestigio e quel carisma mai tribunizio. Un carisma tanto impalpabile quanto presente, percepito tacitamente dalla redazione come se lei vedesse e sapesse qualcosa che noi senza di lei non saremmo riusciti a capire.

Non è che non commettesse errori, Rossana. Ne compì di seri nel giudizio sulla Cina di Mao, un dittatore spietato che in tanta sinistra di allora fu scambiato per liberatore delle masse. Ne compì altri. Ma era tollerante, R. R. (questa era la sua sigla). Aveva uno spirito libertario. Ed era capace di risparmiarsi spesso contrapposizioni frontali con gli altri due principali maestri della redazione. Uno era Luigi Pintor, la cui scrittura era brillante come un gioiello avvolto in propria difesa da un sottile strato di roccia, costituito da un’attitudine a risparmiarsi parole superflue, sia scritte sia a voce. Un altro era Valentino Parlato, considerato l’esperto di economia e dunque delle dinamiche del capitalismo, personalità scanzonata e per lo più frizzantemente allegra, a differenza delle altre due.

Un trio variegato, tuttavia legato da convinta solidarietà, cementato dalle bruciature subite nel 1969 quando il gruppo raccolto intorno al «manifesto», allora rivista, venne radiato dal Partito comunista italiano con l’accusa di «frazionismo». Tra i detonatori di quel brusco allontanamento era stato un diverso addebito, rivolto dai frazionisti all’Unione Sovietica: aver violato i diritti di un popolo invadendo con i carri armati la Cecoslovacchia nell’agosto 1968.

«Praga è sola» si intitolava uno degli articoli che avevano infastidito il gruppo dirigente di Botteghe Oscure, la sede della direzione del Pci. Del nucleo fondatore della rivista, nella seconda metà degli anni Settanta, gli adulti Rossanda, Pintor e Parlato erano rimasti soli con una redazione formata soprattutto da giovani. Lucio Magri e Luciana Castellina, invece, si dedicavano soprattutto alla guida di una piccola formazione politica — prima con lo stesso nome «il manifesto», poi come Partito d’unità proletaria (Pdup) e in seguito Pdup per il comunismo. Si erano divaricate le vie della compagnia degli eretici in quel periodo.

Eretici fino a un certo punto, in realtà. «Il manifesto» ruppe con il Pci, dal quale fu cacciato su indicazione di Mosca, perché si considerava più comunista del gruppo dirigente di Botteghe Oscure, non meno. Più idealista, più purista forse, anche se estraneo a un estremismo rissoso e sanguinoso diffuso in quegli anni. Rossana Rossanda soffrì per le violenze dell’Autonomia operaia che infiammarono le città nel 1977, ne sentì il peso sulle prospettive dell’intera sinistra, ma per il resto era affascinata dai movimenti di base.

Compì una delle azioni che contraddistinguono la sua personalità quando scrisse un editoriale intitolato «Album di famiglia», attirandosi disprezzo dal Pci e non cercati applausi da Francesco Cossiga, il democristiano più esperto nella guida politica dei servizi segreti e delle forze di sicurezza. Rossanda sostenne che i brigatisti rossi erano figli della tradizione comunista. Non da assecondare, anzi, da contrastare e da battere. Ma non marziani piovuti dal cielo. A sinistra si usava affermare invece che erano «sedicenti» brigatisti rossi, usurpatori indebiti di un colore non loro. Rossana spezzò l’incantesimo. Evidenziò un aspetto rimosso di una realtà sgradita.

Antifascista fin da quando era ragazza, allieva del filosofo Antonio Banfi all’università, La ragazza del secolo scorso, come intitolò nel 2005 un suo libro edito da Einaudi, non era contenta del centro-sinistra di adesso. Ma le sue critiche non l’hanno portata a varcare con abiure i confini del proprio mondo di origine, ormai privo di quella che Gramsci chiamava «egemonia culturale». Anche quando l’età l’aveva condotta su una sedia a rotelle, non aveva perso la capacità di sostenere con fierezza le proprie idee e i propri dubbi. La scappatoia di un conformismo arrendevole non era fatta per lei.

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