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Morto Emanuele Macaluso, storico dirigente del Pci  Aveva 96 anni| L’intervista:  «Io comunista non pentito»

È morto a 96 anni Emanuele Macaluso, storico dirigente del Pci e memoria storica della sinistra italiana

Non mancava certo il coraggio a Emanuele Macaluso: né quello fisico, né quello politico. Lo storico esponente comunista, scomparso all’età di 96 anni, da ragazzo aveva sfidato a viso aperto la mafia, organizzando le lotte contadine nella sua Sicilia, e aveva visto molti compagni cadere assassinati dai sicari di Cosa nostra. Da dirigente maturo si era battuto in minoranza per cercare di attenuare l’impatto violento del «duello a sinistra» tra Pci e Psi, pagando un prezzo pesante in termini di emarginazione nel suo stesso partito, ancor di più quando c’era stato il cambio del nome con la nascita del Pds, che pure da «migliorista» aveva appoggiato. Nato a Caltanissetta il 21 marzo 1924, di famiglia operaia, Macaluso aveva aderito giovanissimo al Partito comunista clandestino e dopo lo sbarco degli angloamericani in Sicilia si era dedicato all’impegno sindacale. Appena ventenne, il 16 settembre 1944 fu tra coloro che accompagnarono Girolamo Li Causi, il più prestigioso rappresentante siciliano del Pci, a tenere un comizio nel paese di Villalba, terra natale del potente boss mafioso Calogero Vizzini, dove l’accoglienza risultò particolarmente calda: bombe a mano e spari. Il bilancio fu di 14 feriti, tra cui lo stesso Li Causi. Era solo un assaggio di quanto sarebbe avvenuto per anni, con la strage di Portella della Ginestra (1° maggio 1947, una dozzina di morti) e frequenti agguati agli agitatori di sinistra che guidavano le rivendicazioni contadine e le occupazioni dei latifondi.

Macaluso si era trovato allora al centro della mischia, perché nel 1947 aveva assunto la carica di segretario regionale della Cgil. Era rimasto incolume, ma non gli erano state risparmiate le persecuzioni giudiziarie. Oltre agli arresti e ai processi dovuti all’attività sindacale, aveva subito una condanna per adulterio a causa della sua relazione con una donna sposata. Di certo aveva svolto il suo compito in maniera egregia: quando divenne segretario del partito in Sicilia, nel 1956, il leader nazionale della Cgil Giuseppe Di Vittorio citò il suo caso per deplorare il modo in cui il Pci sottraeva sistematicamente al sindacato i quadri migliori. Deputato all’Assemblea regionale siciliana dal 1951, Macaluso nella seconda metà degli anni Cinquanta era stato tra gli artefici della discussa operazione Milazzo. Una svolta politica che aveva consentito di varare a Palermo giunte regionali senza la Dc, con un’ibrida intesa fra scissionisti democristiani guidati da Silvio Milazzo, sinistre e settori di destra, neofascisti compresi. Un esperimento che non era durato molto, ma che Macaluso aveva sempre difeso.

Nel 1962 aveva lasciato la segreteria regionale, sostituito dall’amico Pio La Torre (poi assassinato da Cosa nostra nel 1982), e nel 1963 era stato eletto deputato. A Roma Macaluso era entrato nella segreteria del Pci con alte responsabilità organizzative, per poi tornare in Sicilia tra il 1967 e il 1972, contrastando sempre con grande determinazione la presenza della criminalità organizzata nella vita pubblica dell’isola. Macaluso era però convinto che la mafia si dovesse combattere soprattutto sul piano dell’iniziativa politica e sociale, mentre riteneva, in sintonia con Leonardo Sciascia, che la giustizia non dovesse mai sacrificare la garanzia dei diritti individuali. Pur avendo lottato a lungo contro gli esponenti siciliani della corrente di Giulio Andreotti, aveva poi sollevato forti perplessità sull’impostazione che i magistrati di Palermo avevano dato al processo contro l’ex presidente del Consiglio democristiano. Amico personale di Enrico Berlinguer, che gli aveva confidato i suoi dubbi sullo strano incidente in cui aveva rischiato di perdere la vita in Bulgaria nel 1973, Macaluso non ne aveva però condiviso la politica aggressiva verso il Psi di Bettino Craxi, anche se, da direttore del quotidiano comunista «l’Unità» tra il 1982 e il 1986, non si era certo tirato indietro nella polemica con i socialisti. Dopo la scomparsa di Berlinguer nel 1984, in un partito rimasto senza bussola, si era creata una forte sintonia tra Macaluso e Giorgio Napolitano, che insieme diedero vita nel Pci all’area riformista (detta un po’ spregiativamente «migliorista» dai suoi critici) convinti che il socialismo europeo fosse l’unico approdo sensato nello sfacelo del blocco sovietico e dell’ideologia comunista. Ma nel Pds era prevalso inizialmente un orientamento diverso, di stampo tendenzialmente movimentista, e Macaluso, sospettato di eccessiva vicinanza al Psi, era stato bollato come esponente della «vecchia politica», tanto da non essere rieletto parlamentare in Sicilia nel 1992. Esasperato dalle varie forme di ostracismo subite, nel giugno 1995 si era dimesso da ogni carica all’interno del Pds. P

roprio l’abbandono delle responsabilità politiche aveva peraltro consentito a Macaluso di esercitare un ruolo importante come voce critica rispetto a tutte le scelte di una sinistra dalle idee piuttosto confuse. Aveva dato vita alla rivista «Le ragioni del socialismo», era stato editorialista e poi direttore del quotidiano «Il Riformista», aveva pubblicato due libri intervista decisamente polemici: Da Cosa non nasce Cosa con Paolo Franchi (Rizzoli, 1997) e Politicamente s/corretto con Peppino Caldarola (Dino Audino, 2012). Aveva difeso il ruolo storico del Pci di Palmiro Togliatti nel saggio Comunisti e riformisti (Feltrinelli, 2013), mentre aveva criticato severamente il progetto del Partito democratico in un pamphlet significativamente intitolato Al capolinea (Feltrinelli 2007). In sostanza Macaluso avrebbe voluto una collocazione chiara della sinistra italiana nell’ambito della socialdemocrazia, accompagnata da una proposta meditata di riforma del welfare. Non apprezzava per nulla, invece, le operazioni americaneggianti poi sfociate nella nascita del Pd, per non parlare dei tentativi di rincorrere l’antipolitica, della quale era sempre stato un avversario strenuo. Apparteneva a una generazione che aveva creduto fermamente all’impegno collettivo per migliorare la vita dei più umili e considerava una follia gettare a mare il patrimonio democratico ereditato dall’Italia dei partiti per adeguarsi alla deriva individualista e mediatica di una società sempre più disgregata.

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