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Nagorno-Karabakh, la guerra decisa dai droni del cognato di Erdogan

Gli storici di domani diranno che la seconda guerra del Nagorno-Karabakh (27 settembre-10 ottobre 2020) ha segnato una svolta nella scienza bellica. In peggio, ovviamente, perché, da questo scontro in poi, attaccare sarà per (quasi) tutte le tasche. In Nagorno-Karabakh, il confronto tra due eserciti convenzionali è stato deciso, per la prima volta, dai droni, gli aerei senza pilota.

L’Azerbaigian tentava di recuperare il Nagorno-Karabakh, l’enclave perduta nella guerra degli anni 90. L’Armenia di difendere quella provincia di tradizione armena, ma incuneata in territorio azero. A dare la vittoria sono stati i droni fatti decollare dall’Azerbaigian che hanno distrutto cento tank, almeno 200 cannoni o lanciarazzi, 26 sistemi antiaerei.

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Come avevano fatto nel 2003 gli americani contro l’Iraq di Saddam Hussein, gli azeri hanno prima tagliato i nervi, poi martellato le ossa del nemico. Hanno cominciato a distruggere i centri di comunicazione, poi l’antiaerea, poi i mezzi corrazzati, infine ormai padroni del cielo, hanno bersagliato centinaia di camion e trasporta truppe. Esattamente come aveva fatto il Pentagono in Iraq, solo che invece di bombardieri, caccia o elicotteri, gli azeri hanno usato i droni. L’Azerbaigian, un Paese che non ha le risorse per un’aviazione potente, ha sorpreso il nemico con uno stormo di aerei senza pilota capaci di trasportare un missile oppure tre o quattro bombe. Alcuni robot volanti sganciano l’esplosivo e tornano alla base, altri sono kamikaze perché esplodono contro il nemico.

Un’inchiesta da Istanbul del giornalista di El País Andrés Mourenza indica nell’industria turca l’origine della maggioranza dei droni azeri. Non un’industria qualsiasi, ma la Baykar di Selçuk Bayraktar, genero del presidente Erdogan, campione nazionale nell’intelligenza artificiale e nei droni applicati alla guerra. Secondo la Ong britannica DroneWars, la Baykar vende alle Forze Armate del suocero, del Qatar e della Tunisia oltre a fazioni filo-turche in Siria e in Libia. Con l’exploit in Nagorno-Karabakh, Erdogan e il genero sperano di rosicchiare quote nel mercato bellico a Stati Uniti, Russia e Cina. Anche l’Iran è in corsa.

I droni sono l’arma finale? L’Armenia è stata colta di sorpresa e non ha saputo adattare le sue difese. I robot volanti non sono certo invulnerabili, altre industrie costruiranno razzi low cost per intercettarli, però i droni continueranno a costare meno degli aerei convenzionali. Nelle settimane precedenti il conflitto, l’Azerbaigian ha importato 65 milioni in armi dalla Turchia, essenzialmente droni. Sconosciuto l’ammontare dell’import da Israele, ma è certo si sia trattato di altri killer volanti telecomandati.

Il best seller dei droni turchi (TB2) costa 5 milioni. Per un caccia americano F35 ce ne vogliono 80. Spendendo meno che per un singolo F35, quindi, l’Azerbaijan si è procurato un’intera aviazione telecomandata capace di sbaragliare chi aveva mantenuto le posizioni per quasi trent’anni. Un affare (sanguinoso) che farà gola a molti.

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