Italy

Nasce l’asse Milano-Roma per convincere il Pd ad abbracciare l’area Draghi

Le elezioni locali non sono mai soltanto locali, figuriamoci quando gli elettori sono chiamati a scegliere il sindaco di capitali come Roma e Milano e di grandi città come Bologna, Torino e Napoli. Mai come questa volta però, almeno dai tempi di Gianfranco Fini candidato a Roma nel 1993, il significato del voto potrebbe avere una rilevanza nazionale. 

I partiti di destra, malgrado i sondaggi sontuosi, non sembrano in grado di dare una rappresentanza politica alla coalizione divisa tra il sostegno al governo e l’opposizione, così tentano strade civiche come Enrico Michetti a Roma e, si dice, Oscar di Montigny a Milano (OdM è un nostro editorialista e gli auguriamo il meglio). 

A sinistra, come spesso capita, c’è ancora più confusione: i Cinquestelle, con l’eccezione di Napoli dove vanno al rimorchio del Pd, non partecipano alle coalizioni con il centrosinistra e alle relative primarie, eppure non esitano a sostenere pubblicamente questo o quel candidato, spesso concorrente al proprio. Talvolta, come nel caso di Torino, lo fanno con impegno maggiore rispetto a quello che ci mettono i dirigenti nazionali del Pd, ma gli elettori sembrano non cogliere l’entusiasmo. Vedremo che cosa succederà a Bologna, ma intanto a Torino ha vinto l’esponente democratico contrario all’alleanza strategica con i grillini, battendo sia quello civico alleato con la sinistra radicale sia quello sostenuto dai Cinquestelle.

In questa baraonda di alleanze asimmetriche, la cosa interessante è ciò che si comincia a muovere sul fronte di chi si oppone al bipopulismo perfetto italiano e di chi prova ad attenuare la tenacia autodistruttiva dei dirigenti Pd e degli intellettuali di riferimento che ancora si intestardiscono a inseguire Giuseppe Conte e ora anche Dino Giarrusso come in una parodia di un film di Terry Gilliam. 

C’è la battaglia di Carlo Calenda a Roma, ovviamente. Sostenuto convintamente dai micropartiti liberaldemocratici e, come spera il leader di Azione, anche dai romani di sinistra e di destra che vogliono dimenticare la catastrofe Raggi con un sindaco attivo e capace, non fidandosi né della flemma di Roberto Gualtieri né della possibile alleanza organica al ballottaggio con l’attuale sindaca. 

C’è anche un asse ideale con Milano, e non solo perché ieri il sindaco Beppe Sala ha lasciato intendere una preferenza per Calenda. Milano è un’eccezione, al momento lo stadio più avanzato di una proposta politica antipopulista alternativa alla linea Letta-Zingaretti.  

Scelto cinque anni fa da Renzi contro i più del suo partito, che allora era il Pd, Sala adesso rappresenta i verdi e per la campagna di rielezione avrà il sostegno del Pd e della sinistra. Nonostante continui inspiegabilmente a flirtare con Conte nell’unica città dove i Cinquestelle non esistono, il sindaco avrà anche il sostegno di una lista liberaldemocratica composta da Azione, Italia Viva, PiùEuropa e altre formazioni di centro e liberali, oltre a un movimento civico che fu determinante ai tempi dell’elezione di Giuliano Pisapia. 

Martedì si è tenuto il primo incontro operativo dei cosiddetti “riformisti per Milano”, dopo la manifestazione della scorsa settimana al Teatro Parenti trasmessa da Linkiesta. A luglio saranno presentate lista, simbolo e progetto comune, ma al di là di questi passaggi importanti la cosa interessante è vedere all’opera un processo costituente dell’area Draghi, le prime possibilità di un partito liberaldemocratico e l’inedito asse Milano-Roma per riscattare il paese.

Il bipopulismo italiano, grazie a Matteo Renzi che ci ha liberato da Conte nel momento esatto in cui è stato possibile far arrivare Draghi, ha certamente subìto un colpo da ko con la defenestrazione di Conte, lo sfaldamento dei Cinquestelle e la trasformazione coatta di Salvini in europeista provetto, ma siamo lontanissimi dall’essere in salvo. Le scorie sono ancora radioattive, Salvini è sempre Salvini, Meloni è sempre Meloni, e chi dovrebbe organizzare l’alleanza repubblicana, ovvero il Pd, continua a corteggiare Conte, preferisce Meloni a Renzi (e probabilmente anche a Calenda) e non fa niente per intestarsi la rappresentanza politica del governo Draghi che ci ha vaccinato, ha presentato i piani di rilancio con i soldi europei ed è con Joe Biden il leader carismatico del G7.

Per questo, il rifiuto insensato del Pd di costruire una proposta politica intorno all’agenda Draghi, preferendogli l’abbraccio con il suo surreale predecessore, uno già pappa e ciccia con Putin e con Trump, nonché firmatario di un pre-accordo sulla Via della Seta e, prima di ricordarsi che aveva judo, pronto ad andare a cena dai cinesi, proprio mentre il mondo guidato da Biden e Draghi denunciava le pratiche di Pechino prima, resta uno di quei misteri inspiegabili in natura. 

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