Italy

Nazifascismo, le memorie divise  dell’Italia e della Germania

risponde Aldo Cazzullo

Caro Cazzullo,
perché in Italia si dice che «non abbiamo fatto i conti con il fascismo» al contrario della Germania che li avrebbe fatti con il nazismo? Cosa è mancato nella nostra storia post bellica?
Aldo Prost

Caro Prost,
Ricordo una discussione sul tema con un grande intellettuale europeo che purtroppo non c’è più, André Glucksmann, una delle persone più intelligenti che abbia mai conosciuto. I suoi genitori erano ebrei di lingua tedesca, nati nelle regioni orientali dell’Impero austroungarico, ma la sua formazione era tutta francese: era stato allievo di Aron, amico di Sartre e Malraux. Glucksmann insomma conosceva bene sia il mondo germanico, sia quello latino. E distingueva i tedeschi, che prima di avere la tessera del pane erano costretti dalle truppe d’occupazione americane a vedere i filmati con le prime immagini di Auschwitz, dai francesi, che grazie anche a de Gaulle si erano raccontati di aver vinto la seconda guerra mondiale e di non essere stati corresponsabili della Shoah, e dagli italiani, che grazie anche alla Resistenza si erano dimenticati di aver inventato il fascismo e di aver seguito Hitler nella seconda guerra mondiale.
Nella ricostruzione di Glucksmann c’è sicuramente del vero. Aggiungerei un elemento tipicamente italiano: il familismo. La storia nazionale ci coinvolge, ci indigna, ci emoziona soprattutto quando coincide con la storia delle nostre famiglie. E molte famiglie italiane sono state fasciste, anche dopo l’8 settembre. Dire oggi: «Mio nonno, mio padre erano cresciuti con il fascismo, identificavano il regime con l’Italia, e fecero in buona fede una scelta sbagliata» è un ragionamento complesso; o comunque è un ragionamento. La pancia fa dire a molti: «Era mio nonno, era mio padre; quindi aveva ragione». Una rivendicazione spontanea che esce rafforzata quando emerge che anche dall’altra parte, quella giusta, c’erano persone che si comportarono male. Questo contribuisce a spiegare perché i due grandi partiti della destra italiana non siano antifascisti (a differenza della Cdu e della Csu tedesche). E spiega anche l’anti-antifascismo, senz’altro più diffuso nel neofascismo (anche se esiste pure quello).

LE ALTRE LETTERE DI OGGI

L'ingiustizia

«Nella mia banca troppi clienti senza distanziamento»

Sono andato ieri nella mia banca, dopo quasi 6 mesi dall’ultima volta. All’entrata leggo un cartello che dice «ingresso max 12 persone», però non c’è nessun filtro, nessuna misurazione della febbre e dentro vedo già, nel salone, 9 persone (con mascherina). Mi dicono che è in corso una stipula di mutuo. Ma i mutui non dovrebbero svolgersi in una stanza riservata per la privacy? Mi dicono che non c’è e che il notaio non ha voluto farlo nel suo studio per motivi di sicurezza sanitaria! Vado verso il mio gestore che mi invita ad accomodarmi nella sua postazione, un ambiente piccolo, senza finestre né plexiglass sulla scrivania e noto che sarà difficile mantenere la distanza di sicurezza. Mi sfilo dall’invito dicendo che devo andare alle casse dove però vedo che una sola è operativa e che ci sono già 4 persone in attesa compresa quella allo sportello. Mi guardo intorno, stanno entrando altre due persone tranquillamente, quelli del mutuo discutono animatamente, conto in tutto 15 clienti: la Banca ovviamente non ha finestre. Decido di uscire e tornare all’home banking anche se le informazioni per il mio investimento le avrei volentieri chieste dal vivo. Mentre esco, noto che negli uffici della filiale exclusive (altro ramo del retail, nella stessa filiale) ci sono altre 3 persone, quindi il totale dei clienti presenti sale a 18; e poi ci sono gli impiegati, almeno 13. Totale persone: 31. Finalmente fuori, respiro un po’ di aria fresca e penso ai rischi di contagio che corrono quegli impiegati là dentro per 8 ore.
G. G., Roma

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Vi proponiamo di mettere in comune esperienze e riflessioni. Condividere uno spazio in cui discutere senza che sia necessario alzare la voce per essere ascoltati. Continuare ad approfondire le grandi questioni del nostro tempo, e contaminarle con la vita. Raccontare come la storia e la cronaca incidano sulla nostra quotidianità. Ditelo al Corriere.

MARTEDI - IL CURRICULUM

Pubblichiamo la lettera con cui un giovane o un lavoratore già formato presenta le proprie competenze: le lingue straniere, l’innovazione tecnologica, il gusto del lavoro ben fatto, i mestieri d’arte; parlare cinese, inventare un’app, possedere una tecnica, suonare o aggiustare il violino

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Diamo spazio a un’azienda, di qualsiasi campo, che fatica a trovare personale: interpreti, start-upper, saldatori, liutai. 

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Chiediamo di raccontare un’ingiustizia subita: un caso di malasanità, un problema in banca; ma anche un ristorante in cui si è mangiato male, o un ufficio pubblico in cui si è stati trattati peggio. Sarà garantito ovviamente il diritto di replica

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Chiediamo di raccontarci una storia d’amore, o di mandare attraverso il Corriere una lettera alla persona che amate. Non la posta del cuore; una finestra aperta sulla vita. 

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SABATO -L'ADDIO

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DOMENICA - LA STORIA

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