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Nizza, la strage riunisce il fronte dell’odio

La strage di Nizza dimostra come le parole siano diventate armi. E come una regia occulta sia riuscita a resuscitare la coesione di tutte le frange jihadiste, riunite da un nemico comune: la Francia, la «terra crociata» che «insulta il Profeta».
 

Il senso di quello che sta accadendo è testimoniato dal tweet dell’ex primo ministro malese, il novantenne Mahathir Mohamad. Dopo l’attacco nella cattedrale ha scritto: «i musulmani hanno il diritto di essere infuriati e uccidere milioni di francesi per punirli dei massacri del passato». In realtà, il discorso dell’ex premier è più articolato e dopo questa affermazione sconvolgente prosegue sostenendo che «gran parte dei musulmani non hanno applicato la legge dell’occhio per occhio. I musulmani non devono farlo. I francesi non dovrebbero farlo. Piuttosto i francesi dovrebbero insegnare al loro gente il rispetto dei sentimenti altrui». Sul web però è stata amplificata la prima parte del messaggio, letta come la rivendicazione del diritto ad assassinare per cancellare la blasfemia delle «vignette sataniche» di Charlie Hebdo
 

Mahathir Mohamed è il primo ministro più longevo della storia malese, un Paese dove vivono oltre venti milioni di musulmani, rimasto al potere per 22 anni dal 1981 al 2003 e poi tornato a guidare il governo fino allo scorso anno: si è sempre definito «orgogliosamente anti-semita». La sua dichiarazione è apparsa come il completamento delle parole di altri leader politici e religiosi: dal premier pachistano Imran Khan al gran mufti di Al-Azhar, la voce più influente del mondo sunnita, fino alle invettive del presidente turco Erdogan e di quello iraniano. 
 

L’esempio che arriva dall’alto ha un seguito enorme. E contribuisce a cementare il fronte dell’odio, caricandolo di nuova energia. Isis e Al Qaeda mettono da parte le divisioni e gli scontri per indirizzarsi contro il nemico comune. Ieri tutte le centrali di comunicazione dei due movimenti hanno esaltato la strage di Nizza, invitando i loro proseliti a moltiplicare le azioni. L’analisi del Site Group mostra come ci sia stata una mobilitazione sulla rete dall’Indonesia all’Algeria. Qaraysh, una pubblicazione online vicina allo Stato Islamico, minaccia la Francia e mostra l’immagine di un attentatore con uno zaino in un autobus. Un altro sito legato al Califfato ha organizzato un mail bombing per bloccare un social media francese. Ben 24 gruppi che sostengono Al Qaeda hanno firmato un appello ad assaltare obiettivi francesi in tutti i Paesi arabi. Un coro di plauso, che spesso ha rilanciato la frase di Osama Bin Laden: “Se la vostra libertà di espressione non rispetta alcun limite, preparatevi ad affrontare la nostra libertà di azione”. 
 

Una reazione istintiva e globale, che diverse agenzie di intelligence occidentali sospettano sia il risultato di un’operazione studiata a tavolino dagli ultimi strateghi del jihad. Di fronte alle sconfitte sul campo in Siria e in Iraq, alla disillusione dei movimenti radicali dopo la distruzione del Califfato di Mosul, alla condanna di larghe fasce della popolazione moderata in tutti i Paesi arabi, hanno cercato un innesco per riaccendere il fuoco della violenza. Privi della capacità di organizzare attentati su larga scala, hanno indirizzato un lupo solitario sull’obiettivo che poteva creare consenso nell’intero mondo islamico: Charlie Hebdo e le sue vignette contro Maometto. 
 

Un piano che si è concretizzato nell’assalto del 25 settembre contro la vecchia sede del settimanale satirico, con il ferimento di due persone da parte di un rifugiato ceceno: un giovane con forti relazioni tra i reduci dello Stato islamico. Da quel momento l’attenzione è tornata a concentrarsi contro Charlie Hebdo e la Francia, alimentando proteste di piazza dal Bangladesh alla Siria, dalla Turchia all’Indonesia. 
 

È sufficiente il confronto con i precedenti proclami lanciati da Isis e Al Qaeda per rendersi conto dell’efficacia dell’operazione. A gennaio il portavoce dell’Isis Abu Hamza al-Qurashi – come ha sottolineato uno studio di Pasar Sherko – ha incitato ad attaccare Israele; a maggio a colpire il Qatar; a ottobre l’Arabia Saudita: tutti gli appelli sono stati privi di conseguenze. Non appena è stato messo nel mirino «il giornale della blasfemia», il primo accoltellamento ha determinato una reazione a catena che sta facendo piombare la Francia nel terrore e cementando un consenso senza precedenti intorno ai gruppi jihadisti. Capaci così di ritrovare una legittimazione per arruolare reclute, incassare finanziamenti e rinforzare le schiere ridotte allo stremo.
 

Questa però rischia di essere solo la prima fase dell’operazione. Le menti raffinate che hanno concepito questo disegno puntano a un altro effetto: provocare la ritorsione della destra europea contro i musulmani. È quello che cercano da sempre, dagli attacchi di Londra del 2005 alla strage berlinese del Natale 2016. Finora non sono mai riusciti a scatenare la rappresaglia. Ma adesso il clima in Europa è ben diverso; in Germania a febbraio ci sono già state sparatorie contro locali frequentati dai turchi e la paura del Covid sta logorando la nostra struttura sociale. Il pericolo è molto alto. Ieri sempre il Site Group ha evidenziato il tam tam online di alcune sigle suprematiste francesi, che hanno invitato a “dare la caccia agli islamisti” e “attivare pattuglie armate nelle strade”, citando una frase attribuita a Hitler: “Il terrore può essere spezzato solo dal terrore”. Se queste parole si trasformassero in fatti, se all’estremismo si finisse per rispondere con l’estremismo, ci troveremmo davanti alla più grande vittoria jihadista. 

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