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Nucleare, a Cingolani dico: Parigi val bene una messa, ma due referendum valgono molto di più

Se il nucleare diventa un “investimento verde”, oggetto cioè di finanziamenti agevolati per raggiungere gli obbiettivi globali di decarbonizzazione, siamo di fronte a un grande inganno. Soprattutto se a esprimere questa posizione in sede europea è l’Italia, per bocca del ministro della Transizione Ecologica, Roberto Cingolani.

Il nostro Paese ha infatti già detto no al nucleare per ben due volte, rispettivamente con i referendum popolari del 1987 e 2011, e oggi un nuovo via libera non rappresenterebbe di certo la volontà dei cittadini italiani: né di quelli che all’epoca si sono recati alle urne per chiudere una volta per tutte il capitolo dell’energia nucleare, né di tutti coloro che oggi, memori del verdetto popolare, oltre che di disastri epocali come Chernobyl e Fukushima, chiedono un reale cambiamento verso una politica energetica basata sulle fonti rinnovabili che non impatti sull’ambiente e sulla collettività con processi produttivi problematici, come appunto quello del nucleare. Non è un caso infatti che Sogin, la società pubblica in house del Ministero della Transizione Ecologica, ancora oggi, nel 2021, stia cercando dove collocare il deposito nazionale di scorie nucleari, visto che nessun territorio lo accetterebbe di buon grado. C’è quindi anche questa criticità di ordine pratico, oltre che di natura democratica, nelle dichiarazioni fatte dal ministro Cingolani sul nucleare in occasione del Consiglio Ue dell’Energia. Cingolani ha detto di non riferirsi “al vecchio nucleare” ma a “tecnologie nuove” come “i piccoli reattori modulari e soprattutto la fusione”.

Personalmente posso portare un esempio concreto: in Regione Lazio mi sto occupando dell’aggiornamento del Piano Energetico Regionale che dovrà contribuire a ridurre le emissioni inquinanti in linea con gli obiettivi di decarbonizzazione e soprattutto rispettare i criteri di sostenibilità ambientale. Pertanto i piccoli reattori nucleari citati dal ministro Cingolani non sono impianti adatti a tale scopo, visto che oltre alle scorie nucleari produrrebbero tutta una serie di materiali radioattivi (ad esempio guanti, tute e altri strumenti contaminati o a rischio contaminazione usati dagli addetti ai lavori ecc.) che comporterebbero un alto costo di smaltimento, sia a livello economico che ambientale, e che andrebbero persino realizzati ex novo. Mica siamo la Francia di Macron, che ha un ampio parco di centrali nucleari che non vede l’ora di ammodernare e aumentare a spese di tutti i cittadini europei. E in ogni caso, che interesse avremmo noi a far passare la linea francese? In cambio di cosa?

C’è poi un’altra criticità, relativa alla chiarezza dell’informazione da dare ai cittadini, alle imprese e agli operatori del settore, nell’affiancare i reattori nucleari – basati sulla “fissione nucleare”, cui è legata la complessa filiera di smaltimento sopra citata – alla “fusione nucleare”, che, a differenza della prima, è ancora allo stadio di pura ricerca scientifica (in cui tra l’altro l’Italia primeggia) per la produzione di energia pulita e non corrisponde quindi a una tecnologia disponibile nell’immediato su cui poter basare una programmazione per il raggiungimento degli obiettivi futuri di decarbonizzazione.

A tal proposito rimane aperta un’altra questione: mandati in soffitta una volta per tutte gli impianti nucleari, e posto che è giusto e fondamentale sostenere la ricerca, a prescindere dal fatto che questa possa fornirci o meno nell’immediato una tecnologia su cui programmare degli interventi, siamo sicuri che la tassonomia sugli “investimenti verdi” sia il canale più adatto a tale scopo? Dal momento che: l’investimento per sua natura presuppone un ritorno economico; gli obiettivi di decarbonizzazione richiedono una certezza di strumenti, tecnologie e tempi di applicazione per il loro raggiungimento; mentre invece la ricerca scientifica è slegata da tutto ciò?

Tocca quindi che i sostenitori del nucleare se ne facciano una ragione: se vogliamo ridurre le emissioni inquinanti e i costi in bolletta, tutelando allo stesso tempo il Capitale Naturale, non resta che puntare su energie rinnovabili e sostenibili, e le relative tecnologie attualmente disponibili, quali fotovoltaico ed eolico. Anche a costo di scontentare i francesi: si dice “Parigi val bene una messa” ma un referendum, anzi due, valgono molto di più.

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