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Oggi su 7, ritratto di ragazzi in un interno: la pandemia cambia gli adolescenti

Il confinamento in casa dimostra che i giovani stanno reagendo meglio degli adulti: molti hanno saputo trasformare la loro quarantena da staticità in vera azione. Cineforum via chat, studi sul balcone, creatività sui social. E rispetto per i prof

di Stefania Andreoli

Sul nuovo numero di 7 in edicola il 10 aprile (e in Pdf, sulla Digital edition del Corriere, fino al 16) la psicologa e psicoterapeuta Stefania Andreoli racconta la sorpresa degli adolescenti: mentre il virus mette in ginocchio la quotidianità degli adulti, loro riscoprono le proprie passioni, le condividono tra loro nel mondo virtuale che ben conoscono. Qui sotto trovate l’articolo completo. A seguire, sul magazine, trovate il servizio di Luca Mastrantonio dedicato al rapporto nonni-nipoti, una ventina di storie, un romanzo familiare all’epoca del Coronavirus che Corriere.it pubblicherà a puntate, nei prossimi giorni sul blog Solferino28 (la prima è già online, cliccate qui per leggerla)

I giovani non hanno mai goduto di un’invidiabile reputazione. Da che li abbiamo riconosciuti come categoria antropologica a sé stante, caratterizzata da limiti anagrafici e scopi evolutivi, nel tempo riferirsi agli adolescenti ha perlopiù significato puntualizzare la loro immaturità, insolenza, irresponsabilità. Dagli adulti, dalla fine del XIX secolo, i ragazzi sono stati rubricati di volta in volta come figli e studenti temibili, reazionari facinorosi, nichilisti privi di valori collettivi, protagonisti delle pagine di cronaca, debosciati, egoriferiti, fragili, vulnerabili. “Adolescenza” è rimasto un sinonimo di verità minori e negative, persino quando le evidenze hanno cominciato ad essere diverse e i ragazzi hanno preso a mostrarsi come soggetti immeritevoli dei pregiudizi del passato. Mentre dunque gli adolescenti cambiavano senza che però cambiassero le riflessioni e i pensieri profondi che l’opinione pubblica aveva di loro (leggi: l’opinione dominante, quella degli adulti), io mi sono seduta sulla sponda del fiume ad aspettare. Non attendevo una pandemia, naturalmente.

L’impensabile, il cinematografico, il fantascientifico

Aspettavo la schiusa degli sguardi, l’accomodamento delle nuove informazioni, il movimento lento e pigro di chi è costretto a scomodarsi per lasciare le certezze già acquisite e i privilegi derivati. Ci sarebbe voluto del tempo: come ogni movimento culturale sarebbe stato carsico, subliminale, resistente. E invece è accaduto l’impensabile, il cinematografico, il fantascientifico. L’intero mondo conosciuto è cessato nel tempo di un decreto, e mentre il dolore e la perdita non hanno bisogno di essere spiegati perché purtroppo può essere sufficiente sentirli , le spore della novità hanno trovato condizioni più favorevoli del normale per attecchire e germinare rapidamente. Nel corso dei primi giorni, qualche adulto sui social ha fatto opposizione: ho letto più di un tentativo di aggrapparsi alla narrazione rassicurante degli adolescenti difficili da tenere in casa, ingestibili, refrattari alle regole. Non le trovavo invettive credibili — ma io sono avvantaggiata: grazie al mio lavoro di psicologa e psicoterapeuta, i ragazzi mi parlano e lasciano che io li conosca — e infatti, per fortuna, la narrazione è subito cambiata. Presto si sono rivelati gli anziani, i genitori degli adulti, i cittadini difficili da disciplinare. Mentre i nonni si impossessavano delle strade, dei parchi e dei luoghi di aggregazione, i ragazzi si sono chiusi in casa, e lì sono rimasti.

Vite raccontate da remoto

Pur da remoto, ho continuato a sentirli e ad avere a che fare con loro, e mi hanno spiegato che, per cominciare, hanno osservato le condizioni di isolamento nel rispetto proprio di quegli anziani che risultavano essere incapaci di proteggersi per conto loro. «So che il Covid-19 fa meno paura a chi ha la mia età, non è per me che temo. Ma nel mio condominio abitano degli ultrasettantenni e so che per loro invece il contagio potrebbe essere un problema grave», mi ha detto Giulio, 18 anni. Il mio lavoro prosegue anche durante la quarantena e il filo dell’interlocuzione con i “miei” adolescenti resta teso. Come anticipavo, una iniziale aderenza alle disposizioni governative — e di buon senso — non mi avrebbe stupita, ma attendevo di farmi guidare da loro nel corso delle settimane per monitorare come stessero vivendo la quarantena. E la risposta, giunti quasi a metà aprile 2020, è: bene.

Al centro della Storia

La stragrande maggioranza di loro, tanto le ragazze quanto i ragazzi, sta mettendo in risalto — non senza specificare: «... con questo non intendo minimizzare o mancare di rispetto a nessuno, eh!» — l’elemento più adolescente, ovvero creativo e trasformativo possibile: la novità. Sentono di trovarsi in una posizione rinnovatamente protagonista, di essere tornati al centro di un andamento dinamico della Storia, e della loro storia. Per quanto possa sembrare paradossale, per molti di loro la staticità della quarantena si è fatta azione ed è diventata il gesto squisitamente adolescente di chi interviene sul presente per forgiare il futuro. Il virus che sta mettendo in ginocchio la quotidianità (forse detestata, ma quantomeno famigliare) degli adulti, nello stravolgere quella dei giovani fa invece loro un favore (e con questo nemmeno io intendo minimizzare né mancare di rispetto a nessuno), portandogli in dono la contemporaneità. Alice, 17 anni, mi ha detto che per i grandi secondo lei è più difficile che per i suoi coetanei perché «gli adulti lavorano e basta; spesso non hanno interessi o passioni, per cui a molti se togli l’ufficio, resta poco». I ragazzi invece non solo hanno dimestichezza con il digitale e il virtuale tanto demonizzati, ma coltivano gusti appassionati che pur di non perdere o accantonare — ché quando l’amore chiama, pretende risposta — hanno fatto in modo di far migrare altrove.

I cineforum con discussione via App

Così, Serena (18 anni) mi ha raccontato di Instagram live seguite con rigore e puntualità, organizzate gratuitamente da artisti e coreografi per non perdere l’allenamento: fa parte di una crew di ballerini k-pop, e lei e i suoi amici sperano un giorno di tornare ad essere competitivi, quando si potrà ricominciare a prendere parte ai contest. Anna, sua coetanea, dice che «ora si tratta di organizzarsi, ne va di me e di un anno che, se non voglio perdere del tutto, mi devo inventare. Così leggo La lettera scarlatta in lingua originale, l’inglese è la mia più grande passione e non voglio arrugginirmi. È scritto in una lingua difficile, antica. Ma tanto mi dico: avrò molto tempo per leggerlo a poco a poco!». Asia, diciassettenne, mi ha detto che con altri setto o otto ha scaricato Discord, app che utilizzano per fare, ognuno rigorosamente dal proprio divano, un cineforum con annessa discussione e recensione del film. «Ci organizziamo per la proiezione il venerdì e il sabato, due volte a settimana. Le altre mattine abbiamo scuola con le lezioni online».

La stima per i docenti: «Bravi prof»

Già, la scuola. È arrivata in quarantena già molto acciaccata dai malanni precedenti, onestamente fatico a immaginare che possa uscirne peggio di come ci è entrata: ci sono fondi che toccare non fa poi così male. Gli studenti mi raccontano che la didattica sta trovando delle soluzioni arrancando in salita. Sta arrivando in ritardo, non sta raggiungendo tutti, non riesce ad aggirare gli ostacoli e rispondere agli imprevisti. Ma, devo dargliene atto, i ragazzi stimano profondamente ogni tentativo messo in campo dai loro docenti, anche i più goffi o meno riusciti. Da nessuno (nemmeno da parte degli scapestrati pluriripetenti!) ho sentito inneggiare alla Caporetto dell’anno scolastico. Non sappiamo ancora che ne sarà di quello in corso, ma occorrerebbe molta cecità per non decretarlo già finito, seppure svolto per metà. Non si avranno tutte le valutazioni scritte e orali valide per il Ministero, non si porteranno a termine i programmi. Male? Chi può dirlo.

Investire sulla fiducia e sulla loro autononia

Dovessi proprio fare una scommessa (perniciosissima, mai cadere in questi vanitosi tranelli) sulla previsione del domani, io tuttavia direi di no. Intanto, perché il futuro pretende ottimismo; secondo, perché le condizioni per un colpo di coda, personalmente, le vedo: la sfida che si trova a giocare la scuola per quest’anno è quella della risposta al bisogno, dell’investimento sulla fiducia e l’autonomia, del problem solving, del fare il meglio che si può con quello che c’è. Il tutto, senza iper semplificare. Per chi aveva in corso un anno scolastico scalcagnato una eventuale promozione d’ufficio sarà un vero colpo di fortuna — che pur esiste, e ci insegna che non si può mai dire come finiranno le cose finché non finiscono —; coloro invece che non hanno bisogno di un aiuto o di una spinta ora chiedono una sola cosa: non umiliateci. Giovanni quest’anno avrebbe la maturità scientifica e mi ha detto che «per un tipo come me, se finisse per essere un esame pro forma non sarebbe una buona notizia. Già sono uno che tende a perdere stimolo di suo, se poi ci proponessero qualcosa di politicamente corretto farei ancora più fatica a trovare la spinta per impegnarmi». Gaia invece l’anno prossimo voleva cambiare scuola, spostarsi per il triennio superiore dalla provincia alla città. Era d’accordo con il dirigente del nuovo istituto di scrivergli una email in primavera ma «non vorrei sembrare una sciocca, o una insensibile: tu ritieni sia ancora il caso di inviargli due righe? Non farei la brutta figura di una ragazza che non si rende conto dell’emergenza in corso, e, come un’egoista, ha in mente solo il suo interesse?».

Le scadenze e le luci in fondo al tunnel

Nel mio mestiere, checché se ne pensi, si fanno domande, non si danno risposte. Ma di fronte alla crisi i bisogni cambiano e a volte finiscono a testa in giù e gambe all’aria, per cui mi sono sentita di rispondere dicendole che, a mio modo di vedere, l’invio della email ci potesse stare: esisterà un nuovo anno scolastico, e se a quindici anni non lo difende lei per prima, chi mai dovrebbe? Credo sia questo «il futuro affollato di scadenze e di luci in fondo al tunnel» di cui ha scritto David Grossman. Naturalmente non è tutto rose e fiori, non lo è mai. In parte, la facilità con cui gli adolescenti si sono conformati alla situazione contingente dipende da un fatto negativo, ovvero avere perso la loro forza trasgressiva — non gli è scivolata di tasca, gliel’abbiamo strappata di mano noi adulti — ma anche dal fatto che per loro la mancata socialità è già una condizione piuttosto famigliare.

«Ero in quarantena da prima della quarantena»

Giacomo mi ha detto: «Io ero in quarantena da prima della quarantena, stavo nel mio. Da qualche mese uscivo poco, preferivo stare a casa. Ho degli amici che invece stanno sclerando, mi parlano come se si sentissero detenuti in cella di isolamento: loro per esempio escono, non rispettano il decreto. Sì, ma sai perché lo fanno? Per evitare i loro genitori!». L’altra strategia per ottenere il medesimo risultato è dormire di giorno e stare svegli la notte: non si tratta solo del naturale stravolgimento dei ritmi circadiani, ma anche di un modo per ritagliarsi spazi vitali e garanzia di privacy. D’altronde è proprio per questo che i ragazzi hanno sempre vissuto la notte mentre i genitori provavano a dormire: delimitare i confini, porre le distanze.

Nuove strategie: Darwin ne sarebbe fiero

A me pare che gli adolescenti con cui ho a che fare io — con cui lavoro in seduta, con cui interloquisco sui social — se la stiano dunque cavando bene, meglio di altri. Darwin sarebbe fiero di loro: adattabili e flessibili, credo che saranno in grado di trovare nella narrazione della loro vita un posto per questa pagina nera. Li immagino un domani farne un memoir, delle opere d’arte, il racconto ai loro figli e nipoti. Ipotizzo tuttavia che allo storytelling, inevitabile, dello straniamento e della tragedia accosteranno anche le tattiche che si saranno inventati, oltre che per proteggere la vita propria e altrui, per continuare a vivere la loro. Gli adolescenti, insomma, erano già cambiati. Quando finalmente guardandoli li vedremo per quelli che sono, cioè diversi da come li pensavamo, stiamo attenti: non sarà legittimo imputare la loro adeguatezza e il loro mutamento alla quarantena. La lezione non gliela avrà impartita il Covid-19, che invece è a noi adulti che lascerà in eredità, se lo raccoglieremo, un insegnamento nuovo.

«Il virus sta vendicando la natura»

Come molti ragazzi mi hanno infatti riportato come frutto delle loro riflessioni, attraverso la malattia e la morte pensano che il virus stia vendicando la natura e ripristinando con violenza gli equilibri. Allo stesso modo, cogliamo noi genitori, educatori, docenti l’opportunità di riprenderci il nostro ruolo di adulti, cioè di persone capaci di risultare mature e credibili, di conformarci alle limitazioni imposte dal più ampio bene collettivo, di prendere nuove misure al concetto di libertà, di renderci conto di non avere sempre dato un esempio edificante di autodeterminazione funzionale, pensiero razionale, a volte persino salute mentale, durante l’emergenza sanitaria mondiale in corso. Rendiamoci responsabili di uscirne con la migliore riduzione del danno possibile, sposata con l’occasione di avere imparato qualcosa: vivere finché si è vivi. Vivere nel modo più rispondente possibile a chi siamo. Vivere da adulti se lo siamo, lasciando vivere l’adolescenza agli adolescenti.

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