Italy

Omicidio di Lecce, 15 minuti di tortura e 30 di pulizia nei «pizzini del terrore» di Antonio De Marco

Il gip ha convalidato il fermo per il duplice omicidio, aggravato da crudeltà e premeditazione. I legali: «Valuteremo se chiedere una perizia psichiatrica»

di Claudio Tadicini

La definisce una «caccia al tesoro», l’uccisione di una coppia felice. La fase centrale del progetto di morte pensato da Antonio De Marco per ammazzare Daniele De Santis e la fidanzata Eleonora Manta, l’atto clou che doveva essere preceduto da «10/15 minuti di tortura» e seguito da «30 minuti di pulizia» e da «15 minuti di controllo generale». Un piano scandito al minuto e scritto su uno dei cinque bigliettini persi dall’assassino dopo il massacro, che prevedeva persino di «scrivere sul muro», forse col sangue delle vittime perché con sé non aveva alcuna bomboletta di vernice.

«Sono colpevole, ammetto di averli uccisi. Qualcosa mi ha dato fastidio, ho provato e accumulato tanta rabbia, che poi è esplosa. Mai trattato male: la mia rabbia, forse, era dovuta all’invidia che provavo per la loro relazione». L’universitario di Scienze infermieristiche lo ha ribadito anche al gip Michele Toriello, che ieri mattina in carcere lo ha interrogato e ne ha convalidato il fermo per duplice omicidio aggravato da crudeltà e premeditazione, nonché la detenzione in carcere perché «concreto ed attuale il pericolo che il fermato — se lasciato libero — commetterà delitti della stessa specie».

«De Marco è profondamente turbato e sconvolto ed ha risposto alle domande» riferiscono i legali Andrea Starace e Giovanni Bellisario, che non escludono di chiedere una perizia psichiatrica: «È un’ipotesi che valuteremo». Ieri De Marco ha ripercorso le tappe dell’omicidio dei due fidanzati, compiuto la sera del 21 settembre, nonché le fasi preparative: l’acquisto del coltello da caccia, dei vestiti, della candeggina con cui — unitamente ad acqua bollente — voleva far scomparire i caveri. La soda che aveva nello zaino, quest’ultimo fatto sparire insieme a coltello e vestiti, invece, l’avrebbe dovuta utilizzare, sempre per pulire, ma «poco prima di uscire».

«Non avendo molti amici — ha raccontato De Marco — e trascorrendo molto tempo in casa da solo, mi sono sentito molto triste. Sono andato a trovare Daniele ed Eleonora convinto di trovare entrambi. Sono entrato in casa con le chiavi. Erano seduti in cucina. Ho incontrato Daniele nel corridoio, si è spaventato perché avevo il passamontagna. Dopo aver avuto una colluttazione con lui, li ho uccisi».

Il suo piano, ad eccezione della morte dei due fidanzati, suoi inquilini per quasi un anno, non è andato come aveva programmato. La coppia doveva essere legata (l’assassino aveva con sé anche delle fascette stringitubo), prima di essere torturata per un quarto d’ora e quindi uccisa. Un piano subito fallito perché Daniele ha provato a reagire, riuscendo anche a sfilargli la «maschera» che indossava, una calza di nylon con due fori per gli occhi ed una bocca disegnata.

«Quando ho colpito lui, ha cercato di aprire la porta per scappare. Ho ucciso prima lei e poi ho colpito nuovamente Daniele. Dopo avere lottato con loro, sono andato via senza scappare perché non avevo fiato. Il passamontagna mi è stato sfilato da Daniele, mi aveva riconosciuto. Ho sentito gridare “Andrea”, ma non hanno mai pronunciato il mio nome. Poi sono tornato a casa mia, in via Fleming, e ho dormito fino alla mattina successiva».

Riguardo alla «caccia al tesoro», fase centrale del suo piano, invece, ha riferito di non ricordare cosa intendesse dire né quando ha scritto quel biglietto. Nei cinque bigliettini, oltre al percorso per evitare le telecamere, anche la «scaletta» da seguire una volta entrato in casa: «legare tutti», «accendere tutti i fornelli e mettere l’acqua a bollire», «scrivere sul muro». E poi ancora: «nastrare le dita», «prendere i guanti», «coprire testa», «cambio maglietta vestizione», «prendere coltello e fascette», «slacciare scarpe». Pizzini del terrore ora sostituiti con un libretto di preghiere, diventato il suo unico compagno nelle lunghe giornate in cella.

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