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Opporsi alla mutilazione delle istituzioni è un Vaffa gentile ai professionisti dell’antipolitica

Checché se ne dica, ogni voto referendario ha una valenza politica che trascende i contenuti del quesito contenuto nella scheda elettorale. Perché il risultato finale – la vittoria del Sì o del No e anche le loro rispettive proporzioni – ha conseguenze politiche che vanno tenute in conto al pari del merito del quesito. Per dirla con gli anglosassoni, ci sono ragioni legate alla “politica” (politics) che sono altrettanto importanti di quelle legate alle “politiche” (policies). Il referendum costituzionale del 20 e 21 settembre non fa eccezione.

Partiamo dal merito. Siamo di fronte a un intervento che è un unicum nella storia delle riforme costituzionali. A nessuno, e in nessuna parte del mondo, era mai venuto in mente di ridurre il numero dei parlamentari senza intervenire sulle funzioni del Parlamento. Anche in Italia tutte le proposte degli ultimi trent’anni partivano da un ripensamento di Camera e Senato, delle loro differenze e del loro funzionamento, e nella stragrande maggioranza dei casi finivano per abbandonare il nostro bicameralismo paritario. La riduzione del numero dei parlamentari ne era una mera conseguenza.

Col taglio lineare ideato dai nostri populisti all’amatriciana (con cipolla), andremo esattamente nella direzione opposta. Renderemo ancor più paritario il nostro bicameralismo: solo in Italia e nella Guinea Equatoriale avremo due camere con la stessa legge elettorale, le stesse funzioni e nessuna regola per risolvere i conflitti. Questa incongruenza è ammessa (indirettamente) dagli stessi sostenitori del Sì, quando ci spiegano che la maggioranza farà altre riforme “correttive”, magari introducendo il voto di fiducia a camere riunite.

Siamo al paradosso: è la prima volta nella storia di un referendum che i sostenitori del Sì non ti chiedono un voto per la riforma già approvata dal Parlamento che gli italiani sono chiamati a ratificare, ma per un’altra che – pare – faranno. Non ci vuole molto a capire che in questi casi è meglio non fidarsi. Nel frattempo, aspettando Godot, cioè i “correttivi” dei sedicenti riformisti per il Sì, la nostra democrazia ne uscirà ancora più debole di quanto non sia oggi.

I territori meno abitati e più periferici, nonché gli italiani all’estero, avranno meno voce. Il Parlamento, che già adesso è fortemente svilito nelle sue funzioni, lavorerà peggio, con Commissioni ridotte all’osso e incapaci di controllare la qualità delle leggi. I governi saranno in balia del trasformismo di due o tre senatori. I parlamentari saranno scelti dai capi di partito in poche liste bloccate, spezzando ogni legame con i territori e premiando i fedelissimi a scapito delle competenze.

Ma questi elementi di merito non possono nascondere la vera battaglia politica dietro al referendum. L’impianto culturale di questa (non)riforma è figlio dell’antiparlamentarismo di chi vede nelle istituzioni solo degli inutili orpelli e del populismo di chi vede nella politica qualcosa di sporco sempre e comunque (salvo quando la fa lui, con scarsa trasparenza e competenza). Da che mondo è mondo, questo impianto culturale è antitetico a quello dei progressisti.

Per questo se qualcuno crede che sinistra voglia dire dignità della politica e non demagogia anti-politica; voglia dire rispetto delle istituzioni e non loro sostituzione con una piattaforma digitale privata; voglia dire lavoro e non sussidio: beh, questo qualcuno ha molte ragioni per votare No al referendum.

Cogliendo l’occasione per mandare un gentile Vaffa, rispettoso e col sorriso sulle labbra, ai professionisti dell’antipolitica e alla Casta populista, che continua ad agitare falsi problemi perché non sa risolvere quelli reali. Un Vaffa che, caso più unico che raro, rafforza la democrazia e fa crescere l’economia

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