Quando è nata mia madre l’adulterio femminile era ancora reato, vigeva la clausola di nubilato, in forza della quale sposarsi e avere un figlio erano legittimi motivi di licenziamento, e il famigerato “coefficiente Serpieri” stabiliva che in agricoltura il lavoro di una donna valesse il 60% di quello di uomo. Se ancora oggi esiste il dislivello di paga nelle professioni, se ai colloqui di lavoro ci chiedono se intendiamo fare figli e se una di noi viene licenziata dalla scuola dove insegna perché qualcuno ha messo in rete un suo video intimo, la ragione è che quelle norme sono esistite, hanno conformato la mentalità sociale per decenni e sono state abolite solo negli anni ‘60. Quando sono nata io nessuna donna aveva mai ancora fatto la ministra, nessuna aveva ricoperto cariche istituzionali e il congedo di maternità non esisteva, mentre era solidissimo il concetto di delitto d’onore e la violenza sessuale non era un reato contro la persona, ma contro la morale. Se non riusciamo ancora a pronunciare al femminile le professioni, se la classe dirigente italiana è quasi monogenere e se la vittima di uno stupro deve ancora difendersi dall’accusa di essersela cercata è perché sono esistite delle norme, scritte o tacite, che hanno consentito che tutto questo venisse considerato normale.

Quelle norme sono cambiate e con esse, si spera, cederanno anche le resistenze della cultura patriarcale italiana, ma tutto questo non è avvenuto con la naturalezza con cui sboccia un fiore a primavera. Sono state le donne costituenti — in particolare Noce, Federici, Merlin e Iotti — a renderlo possibile, facendo in modo che nella Costituzione venissero inseriti principi diversi da quelli che ispiravano lo Statuto Albertino, per il quale le donne non erano soggetti di diritto e non potevano vendere, comprare o possedere nulla senza il consenso del marito. Come ricorda Livia Turco in un illuminante saggio contenuto nell’antologia “L’Italia delle donne — settant’anni di lotte e di conquiste” (Donzelli, 2018), fino a quel momento il rapporto istituzionale si era tenuto tra lo Stato e l’individuo, che era ovviamente europeo in senso etnico, maschio, borghese e proprietario.

La Costituzione italiana introduce invece il concetto di «persona umana», il cui valore ontologico precede quello dello Stato e che, messa al centro dell’impianto legislativo, cambia completamente la prospettiva della cittadinanza, soprattutto per le donne. Non fu una rivoluzione immediata, anzi. Una parte della classe politica, ricorda Turco, considerava la Costituzione come un documento ridondante in cui le norme davvero “giuridiche” erano poche e molte, al contrario, erano le dichiarazioni di principio. Senza le costituzionaliste a difenderle per anni, quei principi per le donne sarebbero facilmente rimasti lettera morta. Invece grazie al loro lavoro di vigilanza le prime leggi di riforma a essere depositate in Parlamento furono incentrate su temi cruciali della condizione femminile, come la tutela sociale della maternità e l’abolizione della regolamentazione della prostituzione. Quel lievito infilato saggiamente nella pasta costituzionale non ha smesso ancora di fermentare e resta un potenziale ancora alto per le donne e per tutti i soggetti emarginati dallo squilibrio di potere sociale patriarcale. Non esiste miglior forma di gratitudine verso le libertà che altre hanno conquistato per noi che quella di lottare per le libertà non ancora compiute.