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Pablo D’Ors: “La Chiesa è in crisi ma mai come oggi c’è sete spirituale”

I perché dei nostri lettori

Mio padre e mia madre leggevano La Stampa, quando mi sono sposato io e mia moglie abbiamo sempre letto La Stampa, da quando son rimasto solo sono passato alla versione digitale. È un quotidiano liberale e moderato come lo sono io.

Mario

I perché dei nostri lettori

Perché mio papà la leggeva tutti i giorni. Perché a quattro anni mia mamma mi ha scoperto mentre leggevo a voce alta le parole sulla Stampa. Perché è un giornale internazionale.Perché ci trovo le notizie e i racconti della mia città.

Paola, (TO)

I perché dei nostri lettori

Leggo La Stampa da quasi 50 anni, e ne sono abbonato da 20. Pago le notizie perché non siano pagate da altri per me che cerco di capire il mondo attraverso opinioni autorevoli e informazioni complete e il più possibile obiettive. La carta stampata è un patrimonio democratico che va difeso e preservato.

Anonimo

I perché dei nostri lettori

Ho comprato per tutta la vita ogni giorno il giornale. Da due anni sono passato al digitale. Abito in un paesino nell'entroterra ligure: cosa di meglio, al mattino presto, di.... un caffè e La Stampa? La Stampa tutta, non solo i titoli....E, visto che qualcuno lavora per fornirmi questo servizio, trovo giusto pagare un abbonamento.

Sandro, Garlenda (SV)

TORINO. Sacerdote (ha fatto parte del Pontificio Consiglio della Cultura) e scrittore, lo spagnolo Pablo d’Ors ha fondato l’associazione «Amici del Deserto». Oggi alle 12 in Sala Azzurra presenta la sua «Biografia della luce» (Vita e Pensiero), scritto in un periodo di dolore fisico e buio nel cuore: un invito a silenziare la mente per ritrovare la semplicità luminosa dell’Io profondo.

Pablo d’Ors, la pratica della meditazione è una novità per i laici nella Chiesa. In Occidente è arrivata attraverso forme non religiose come yoga o mindfullness. C’è sincretismo fra queste discipline e la sua proposta?

«Finora il cristianesimo si è costruito sulla parola, mi chiedo se non sia arrivata l’ora che si costruisca sul silenzio, cioè sullo spirito. Per me non ha senso continuare a insistere sul seme quando il terreno è incolto. D’altra parte l’incontro tra le religioni non è un fatto di oggi: non c’è tradizione religiosa che non sia nata nel ceppo di un’altra. Da parte mia, io pratico e predico l’esicasmo, che è l’innesto dello zen sul cristianesimo».

Nel suo saggio come ha armonizzato l’esigenza letteraria del suo essere scrittore con l’intento educativo?
«Non scrivo per divulgare né per comunicare, ma per sapere chi sono, per comprendermi. Non ho un’idea e la scrivo, piuttosto scrivo e mi ritrovo con l’idea. La scrittura è più intelligente di me. E la storia di Cristo mi interessa perché è la mia, è quella di tutti, lui è l’archetipo dell’io».

Propone tre chiavi di lettura per capire la «Biografia della Luce»: esistenziale, meditativa e artistica, perché?
«Non le ho selezionate io, ma si sono imposte come le più evidenti, le più necessarie. Mi interessa la meditazione, cioè l’interiorità, il profondo, ma anche l’arte, cioè le forme esteriori. Profondità e forme, esperienza ed espressione, vanno di pari passo. Mistica e poetica: solo queste chiavi rendono giustizia all’esistenza umana».

Infatti definisce il suo libro “manuale poetico dell’interiorità”. Toccante è l’incontro di Maria e Giuseppe con gli animali nel buio della grotta a Betlemme. Lì troviamo corrispondenza tra la storia sacra e la nostra quotidianità...
«La riflessione sugli animali della grotta è una riflessione sul corpo, sull’istinto, il primordiale. Il corpo è la porta d’entrata dell’anima. Questo è, a mio parere, il futuro del cristianesimo in Europa. Se lo yoga ha seguito qui è per questo: va al concreto. Senza il corpo tutta la costruzione religiosa corre il rischio dell’idealismo, dell’ideologia. Il corpo ti conduce dalla riflessione alla percezione; e la percezione è la porta della contemplazione».

Sette anni fa ha fondato la rete di laici «Amici del Deserto», cui insegna i principi della meditazione cristiana. Oggi conta centinaia di meditatori. Come spiega questa sete di un rapporto interiore con il divino?
«Gli “Amici del Deserto” sono un regalo del Destino o della Provvidenza, a seconda di come si preferisce dire. Non era nei miei piani: volevo essere uno scrittore di successo, non un padre fondatore».

La maggior parte dei suoi libri ha in copertina opere di grandi pittori del Novecento, soprattutto di Paul Klee. Scelta editoriale o personale?
«Paul Klee è il mio pittore preferito perché le sue opere sono di una sorprendente e lucida ingenuità. La combinazione fra intelligenza e innocenza che la sua pittura rappresenta è ciò che desidero per la mia letteratura. E poi fraternizzare con la bellezza estetica resta una strategia narrativa».

Crede che stiamo vivendo un momento di crisi della vocazione? E quanto approcci al sacro come il suo possono contribuire a riavvicinarci alla religione?
«Oggi c’è una sete spirituale enorme, superiore a quella di altri periodi. Ciò che è in crisi, almeno per noi, è il cattolicesimo e la Chiesa. Il paradigma cristiano ha smesso di essere il referente egemonico degli europei. Non si tratta di una notizia per forza cattiva. Dopotutto è un’opportunità per la reinvenzione del cristianesimo che ci offre la società contemporanea. È stimolante e non cambierei il tempo presente in cui vivo con nessun altro precedente. Credere e creare, che è ciò a cui mi dedico, sono compiti appassionanti».

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