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Paolo Bertolucci: «Io e Panatta, diversi in tutto. Conquistava le fan con il colpo del ciuffo»

Preferisce «Pasta Kid» o «Braccio d’oro»?
«Pasta Kid, mi ci riconosco di più. Me lo diede per provenienza e abitudini culinarie Bud Collins, del Boston Globe».

A Boston fece la più grande scorpacciata di aragoste. Riesce ancora a mangiarle?
«Eravamo ospiti con Adriano di Mr Kraft, cose buone dal mondo: aveva dato una festa in nostro onore e ne arrivarono camion pieni».

E le medialunas di Buenos Aires? Ne mangiava 20 di fila.
«Ancora tutte le mattine!».

Paolo Bertolucci è «quello che giocava con Panatta». Un po’ riduttivo, se si pensa che nella classifica individuale è stato il numero 12 al mondo. Nato in casa nel Palazzetto del tennis di Forte dei Marmi, papà Nino maestro di tennis, primo giocattolo racchetta e pallina, a 11 anni fece l’incontro che diede inizio alla relazione più duratura della sua vita: lui era Adriano Panatta, 12 anni, già bello e non particolarmente simpatico. Cominciò a sopportarlo due anni dopo a Formia, quando dovettero dividere la camera.

Cosa gli ha regalato per i 70 anni?
«Un pezzo sulla Gazzetta dello Sport. Molto meglio dei regali che mi fa lui».

Per esempio?
«Al mio matrimonio mi regalò un cavallo!».

Che bello!
«Per niente! Lo fece solo per farmi spendere soldi!».

La più grossa che le ha combinato?
«Lo salva che è una persona buona e con uno così non puoi restare arrabbiato. Ma abbiamo litigato un sacco di volte, dentro e fuori dal campo. Non saremmo potuti essere più diversi: lui di famiglia socialista, io liberale, lui giocava a sinistra, io a destra, lui non si dà mai pace, io sono un tipo tranquillo...».

Le spiace aver fatto una carriera alla sua ombra?
«Una volta alla Royal Albert Hall di Londra nel presentarci dissero che lui era one of the most handsom men in Europe, uno degli uomini più affascinanti d’Europa, e io ero the shorter, quello più basso. Ma nella coppia ero il regista che creava e preparava il piatto, lui il bel ragazzo che dava il colpo del ciuffo».

Ma non era la Veronica il colpo di Panatta?
«Tecnicamente. Ma il colpo del ciuffo era bestiale, le donne impazzivano. Lui prima di colpire la palla si spostava i capelli con la mano e loro gridavano: A-dri-a-no! Ma il colpo lo avevo preparato io!».

Lui dice che per vendicarsi gli ha messo il veto a Sky Sport, dove lei commenta il grande tennis.
«E io dico che lui chiede troppi soldi!».

Ha dovuto coprirlo spesso con le donne?
«Lasciamo stare...».

Me ne dica almeno una!
«Eravamo in Spagna e durante una partita mi fa: “La vedi quella donna in tribuna? Stasera esce con me”. E io: “Vabbè adesso però cerchiamo di vincere”. La sera, come da manuale, la signora, sposata e con tre-quattro figlioli, lo raggiunse in albergo. Poiché dormivamo in camera insieme, dovetti cedergli la stanza e andai in quella accanto, comunicante. A un certo punto sentii bussare alla porta, era il marito: “Donde està mi mujer”? Ma che ne so, risposi. Adriano aveva sentito tutto e quando andò via fece entrare la moglie da me: bussò da lui e non c’era già più».

Nella sua autobiografia, «Pasta kid» (Ultra Edizioni), scrive che grazie a voi Björn Borg diventò un sex symbol.
«Vestiva in un modo... Zoccoli svedesi, jeans e maglietta. Lo obbligammo a tirar fuori la carta di credito e rifarsi il guardaroba...».

Pure Adriano era vanitoso...
«Altroché! Guai a toccargli i capelli, diventa pazzo».

Le interviste della serie «L’altro della coppia»

La partita più bella?
«La vittoria in Coppa Davis».

Con la maglietta rossa.
«Quella storia... Buon per Adriano che ve ne siete accorti, ma ai tempi non fece così tanto clamore. Comunque poi la cambiammo».

La vittoria più gustosa?
«Contro gli australiani a Roma, o anche a Montecarlo contro McEnroe e Gerulaitis».

È vero che doveva allenare Federer?
«Ero nella rosa, ma significava stare 40 settimane all’estero, avevo appena smesso di fare il girovago...».

Cosa pensa di Sinner?
«Ha tutto: testa mezzo tedesca, è serio, è ben guidato da Piatti e vive per il tennis».

E lei gioca ancora a tennis?
«Mai. Quando ho smesso ho smesso».

Sogna di giocare?
«Mi è successo all’inizio del lockdown. Non ricordo contro chi, ma era un match delicato, non sapevo se colpire sul dritto o sul rovescio. Ho riprovato quella sensazione, il mal di pancia che ti prende...».

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