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Papa Francesco a Bagdad: «Basta estremismi, tacciano le armi»| Nella chiesa dove furono massacrati i cristiani

Sembra una festa e del resto lo è, i canti dei religiosi e dei pochi fedeli ammessi all’esterno della chiesa ricostruita dalla devastazione, le bandierine, e un Padre Nostro recitato in una variante dell’aramaico, prossimo a come lo avrà detto Gesù: i cristiani vivono qui dall’età apostolica e non avevano mai visto un Papa, nella terra di Abramo. Però, quando Francesco entra al pomeriggio nella cattedrale di Nostra Signora della Salvezza, sul pavimento si mostrano decine di lastre di granito rosso riflesse da altrettanti specchi appesi al soffitto: uno per ciascuno dei «martiri», 46 fedeli e due sacerdoti, uccisi da terroristi islamisti durante la Messa, il 31 ottobre 2010, «la violenza e lo spargimento di sangue sono incompatibili con gli insegnamenti religiosi…».

Il Papa lo ha detto fin dal volo che lo ha portato ieri mattina a Bagdad, «questo è un viaggio emblematico, un dovere verso una terra martoriata da molti anni». Nonostante la pandemia e il rischio di attentati, ha voluto esserci. Per dire l’essenziale, fin dal primo discorso rivolto alle autorità e agli ambasciatori della comunità internazionale nel palazzo presidenziale: «Tacciano le armi! Se ne limiti la diffusione, qui e ovunque!». Francesco ha ricordato che «l’Iraq ha patito i disastri delle guerre, il flagello del terrorismo e conflitti settari spesso basati su un fondamentalismo che non può accettare la pacifica coesistenza di vari gruppi etnici e religiosi, di idee e culture diverse», con relative «persecuzioni». Fino a esclamare: «Cessino gli interessi di parte, quegli interessi esterni che si disinteressano della popolazione locale. Si dia voce ai costruttori, agli artigiani della pace! Ai piccoli, ai poveri, alla gente semplice, che vuole vivere, lavorare, pregare in pace. Basta violenze, estremismi, fazioni, intolleranze!». Così il Papa chiede che «nessuno sia considerato cittadino di seconda classe» e spiega : «La diversità religiosa, culturale ed etnica, che ha caratterizzato la società irachena per millenni, è una preziosa risorsa a cui attingere, non un ostacolo da eliminare. Oggi l’Iraq è chiamato a mostrare a tutti, specialmente in Medio Oriente, che le differenze, anziché dar luogo a conflitti, devono cooperare in armonia nella vita civile». E i cristiani, con la loro «antichissima presenza», rappresentano una «ricca eredità che vuole poter continuare al servizio di tutti»: vogliono vivere come «cittadini che godano pienamente di diritti, libertà e responsabilità».

Piccole folle con le bandierine appena fuori dall’aeroporto e per il resto strade chiuse al traffico, negozi sbarrati per il lockdown, posti di blocco, poliziotti e mezzi militari, elicotteri e droni a sorvegliare il percorso dell’auto blindata che lo accompagnava Bergoglio dal presidente Barham Salih. Il viaggio «avviene nel tempo in cui il mondo intero sta cercando di uscire dalla crisi della pandemia da Covid-19», il pontefice torna a chiedere «un’equa distribuzione dei vaccini per tutti». Ma da una crisi «non si esce uguali a prima: si esce o migliori o peggiori». Ora «si tratta di uscire da questo tempo di prova migliori di come eravamo prima, di costruire il futuro più su quanto ci unisce che su quanto ci divide».

Tra «i tanti che hanno sofferto», il Papa ricorda «gli yazidi, vittime innocenti di insensata e disumana barbarie, perseguitati e uccisi a motivo della loro appartenenza religiosa, e la cui stessa identità e sopravvivenza è stata messa a rischio».

Il tono è solenne: «Vengo come penitente che chiede perdono al Cielo e ai fratelli per tante distruzioni e crudeltà. Vengo come pellegrino di pace, in nome di Cristo, Principe della pace. Quanto abbiamo pregato, in questi anni, per la pace in Iraq! San Giovanni Paolo II non ha risparmiato iniziative, e soprattutto ha offerto preghiere e sofferenze. E Dio ascolta sempre! Sta a noi ascoltare Lui».

Questa mattina Francesco volerà a Najaf, dov’è sepolto l’imam Ali, cugino e genero di Maometto, e incontrerà nella moschea il grande ayatollah Al-Sistani, la figura più autorevole dell’islam sciita.

Da lì si sposterà a Nassiriya e quindi nella piana di Ur, la città di Abramo, per l’incontro interreligioso accanto alla grande ziggurat sumera. Per questo ieri ha citato le parole del «Documento sulla fratellanza umana» firmato il 4 febbraio 2019 ad Abu Dhabi con il grande imam Al-Tayyib, massima autorità dei sunniti. Non c’è alternativa sensata al dialogo e al rispetto delle diversità: «Il nome di Dio non può essere usato per giustificare atti di omicidio, di esilio, di terrorismo e di oppressione».

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