Italy

Per i partiti una prova di maturità

Si è aperta la due giorni del Partito democratico ad Agnano. Un’occasione che salutiamo con simpatia, come ogni avvenimento promosso da qualunque forza politica che ponga al centro della riflessione comune l’orientamento da imprimere alla più grande città del Mezzogiorno. Quando si discute su questi temi, possibilmente dal vivo, non è mai tempo perso. Si tratta di una riflessione importante. Soprattutto se si considera che le scadenze elettorali – Regione e Comune – coincidono con il varo da parte dell’Unione Europea del «Recovery Fund», il più grande piano di aiuti – a fondo perduto e in prestiti – che l’Istituzione comunitaria abbia mai approvato nel corso della sua storia.

Sembrerebbe, dunque, che si accantonano urla e slogan «ad effetto», mentre ritorna il dibattito su questioni complesse, che meritano di essere esaminate in modo approfondito. Come pure sarebbe auspicabile che questi incontri non servano da vetrina per politici «navigati» che hanno già mostrato la loro inefficienza. Se De Luca si è guadagnato sul campo la ricandidatura alla presidenza della Regione, questo non vuol dire che non debbano affiorare energie nuove che vogliono porsi con competenza e passione al servizio della Campania. Discorso che poi diviene urgente pensando al candidato sindaco di Napoli, la cui scelta va fatta in tempi rapidi.

È evidente che c’è il problema di rendere produttivi i fondi dell’Unione Europea. Perché – ancora una volta con buona pace dei sovranisti di casa nostra – le risorse finanziarie che si spera di poter disporre provengono da Bruxelles. Come è già accaduto negli anni passati, ma questa volta la quantità dovrebbe essere molto più rilevante. Si pone dunque una questione di maturità della classe dirigente locale, che evitando la sterile contrapposizione con le altre aree del Paese, deve saper far rientrare gli investimenti pubblici nell’area partenopea e nel Mezzogiorno con il programma di più ampia portata di rilancio dell’Italia. Allo stesso tempo, occorre in modo documentato far valere le ragioni del Sud, anche qui fuggendo da rivendicazioni di piccolo cabotaggio e ostilità preconcette. Vi è infine da realizzare davvero le opere finanziate, in modo che esse non siano da intendere come cantieri eterni, senza che si intraveda, neppure a distanza di decenni, la data di conclusione dei lavori.

Per fare ciò i partiti non possono essere autosufficienti. Altrimenti assistiamo a un susseguirsi, a volte quasi puerile, di protagonismi vuoti. È necessario invece confrontarsi per costruire una «cultura del noi», che nella tradizione meridionale è presente, se si pensa all’apporto di tanti intellettuali di diversa ispirazione partitica al pensiero meridionalista. Se si è rotto questo legame occorre chiedersi il perché. Di certo, i meridionalisti, pur non risparmiando critiche, si sono sempre proposti a sostegno dell’azione dei partiti. La frattura, invece, è stata compiuta dai partiti, che nell’inseguire gli umori prevalenti fra l’opinione pubblica hanno pensato di poter accrescere i consensi. Da questo comportamento irresponsabile ne abbiamo perso tutti. Perché come affermò Alcide De Gasperi, l’artefice dell’intervento straordinario per il Mezzogiorno (di cui quest’anno ricorrono i Settanta anni) «un politico guarda alle prossime elezioni, uno statista guarda alla prossima generazione». Come sempre la Storia aiuta a sognare grandi orizzonti.

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