Italy

Per il Pd è arrivato il momento di costruire il grande partito del centrosinistra italiano

Se fossi Nicola Zingaretti, una volta passata la giusta euforia della vittoria, mi chiederei che cosa farne. Non mi riferisco solo al cosiddetto mutato peso nel governo, e quindi alla possibilità di mettere finalmente sul tavolo le richieste tante volte avanzate e mai finora ottenute, dal Meccanismo europeo di stabilità in poi.

Penso che questa vittoria, che sarà analizzata nei dettagli dagli specialisti, mostra a tutti noi normali cittadini appassionati alla politica anzitutto una cosa: la sopravvivenza del Partito democratico e la sua capacità di rafforzarsi sono del tutto autonome e distinte dalle alleanze.

Là dove il partito è andato bene, in alcuni casi perfino cresciuto, hanno giocato due fattori: il candidato e la tradizione di buongoverno, ancora abbastanza forte da convincere, oggi in Toscana come ieri in Emilia-Romagna, per quanto indebolita rispetto al passato.

Certo, c’è stato un valore personale dei presidenti di Regione che, a destra come a sinistra, hanno saputo conquistarsi la fiducia dei cittadini nella gestione di processi difficilissimi come la pandemia o, nel caso della Liguria, la ricostruzione del ponte Morandi.

Probabilmente, dopo questa esperienza, il rapporto tra Stato e Regioni non sarà più lo stesso. A maggior ragione, però, è importante l’affermazione che il Partito democratico ha avuto con le sue liste, quindi come partito. Siamo al punto che non sembra esserci spazio per altri esperimenti politici; e questo è un punto che richiede riflessione e iniziativa.

Che cosa deve fare dunque oggi il Partito democratico, oltre a intensificare la sua attività di governo? Se fossi Nicola Zingaretti, non mi accontenterei di dire che il partito è l’unico argine alla destra. Questo è vero, ma è poco. Altre volte gli elettori hanno dimostrato di non essere così preoccupati di mettere un argine alla destra.

Quel che più conta – e sembra interessare di più gli elettori – è definire una prospettiva di sviluppo per il Paese (tanto più oggi, quando ci sono da gestire i fondi europei), mostrare una chiarezza di idee sulla grande alternativa che sta di fronte a noi: assistenzialismo o crescita, declino assistito o modernizzazione e sviluppo.

Su quest’alternativa i dem sono stati finora piuttosto ambigui, subendo l’iniziativa retrograda dei Cinquestelle. Quindi, se fossi Zingaretti, per prima cosa direi a me stesso che il risultato pone in modo ancora più stringente di prima i problemi di strategia e di identità, ma consente di affrontarli in modo nuovo.

Direi a me stesso che si è concretizzata l’occasione di riprendere un cammino interrotto da troppo tempo: quello della costruzione di un grande partito di centrosinistra (senza trattino), capace di tenere dentro di sé diverse anime, quelle tradizionali dei partiti socialdemocratici europei ma anche quelle nuove che la storia sta facendo maturare tra di noi.

Il 20 per cento non è un destino, ma rischia di essere una scelta se non si coglie questo momento facendone un’occasione di grande apertura. E facendo così del Partito democratico ciò per cui è stato originariamente pensato: la casa accogliente per tutte le diverse sfumature di ciò che oggi si può ancora chiamare sinistra, dall’ispirazione più sociale a quella più liberalsocialista o liberaldemocratica.

È il momento di aprire il partito, di farne un soggetto dinamico, reattivo, caratterizzato dal confronto tra proposte e prospettive diverse, ma tutte dentro l’orizzonte comune di una sinistra liberale e pragmatica.

Oggi il segretario è più forte, può farlo senza temere agguati. Nel commento a caldo Zingaretti si è consentito qualche punta polemica, ed è comprensibile. Se io fossi in lui, però, ora mi approprierei della “mozione Bonaccini”: inviterei tutti gli scissionisti a tornare, a riprendere il loro posto nel partito per combattere dentro le proprie battaglie. Battaglie, s’intende, di linea strategica e di idee. E questo vale per tutti.

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