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Perché potrebbe scoppiare una nuova lunga guerra tra israeliani e palestinesi

Il conflitto / Israele

La contesa politica e religiosa della città di Gerusalemme. Le ultime settimane di tensioni che covavano sotto la cenere. Ancora una volta Israele diventa l'ago della bilancia in Medio Oriente

Gli attacchi nella striscia di Gaza (Foto Ansa)

Gli ultimi due giorni di scontri a Gerusalemme est e nella striscia di Gaza gettano ombre funeste sul Medio Oriente. Ad alimentarle sono venti di una guerra che ancora una volta potrebbe diventare inevitabile. Per capire perché un nuovo conflitto potrebbe diventare inevitabile bisogna scavare nel passato di Israele e della Palestina e analizzare i fatti delle ultime ore guardandoli sotto quella luce. Gerusalemme est rappresenta da decenni il motivo di un conflitto che ha radici religiose, culturali e politiche. Nel 1967, a seguito del conflitto arabo-israeliano, quella parte della città venne conquistata dallo stato israeliano che la sottrasse alla Giordania. Il “problema” è che, quella che viene definita la parte vecchia della città, insieme alla Cisgiordania, ospita ancora oggi circa tre milioni di persone. Palestinesi di religione musulmana che da decenni si trovano a dover fronteggiare l'opera di colonizzazione degli israeliani.

Qual è la divisione dei territori tra israeliani e palestinesi 

Alla base di questa opera c'è una controversia che vede opposto lo stato di Israele, che ritiene quell'area sotto il suo controllo politico e amministrativo, e la comunità internazionale che invece ritiene illegittimo l'esproprio ai danni del popolo palestinese. Di fatto gli insediamenti israeliani hanno rosicchiato territorio, chilometro su chilometro, con il passare degli anni, costringendo migliaia di cittadini palestinesi a riversarsi nella parte della città e della Cisgiordania dove ancora vengono ospitati cittadini palestinesi. Dei tre milioni di persone che vivono nell'area, 900mila sono rifugiati registrati. La restante parte della popolazione palestinese, circa due milioni di persone, si concentra nella cosiddetta striscia di Gaza, quella fetta di territorio costiero intorno alla città dove sono stati spinti i cittadini palestinesi perdendo anche da quel lato progressivamente territorio.

Se si guarda alla cartina dello Stato d'Israele, volendo semplificare, le popolazioni sono così divise quindi: a ovest lungo la fascia costiera ci sono i palestinesi, di religione musulmana, schiacciati lungo la striscia di Gaza. Al centro ci sono gli israeliani, di religione ebraica, fino a Gerusalemme ovest, mentre a est e verso la Cisgiordania ci sono i restanti cittadini palestinesi. Inoltre, data l'espansione partendo dalla fascia centrale dello Stato degli israeliani con gli insediamenti colonici, una parte del popolo palestinese si è rifugiato in Libano, a nord, occupando a milioni i campi profughi al confine. A rendere ancora più complicata la situazione c'è il fatto che a nord lo stato confini con la Siria, dilaniata da una guerra civile che dura da anni.

La contesa politica e religiosa della città di Gerusalemme 

Secondo lo Stato d'Israele, l'intera città di Gerusalemme appartiene a loro e dovrebbe essere la capitale. Una visione in contrasto con l'idea del popolo palestinese secondo cui invece, la parte est della città, dovrebbe diventare la capitale dello stato palestinese che non ha mai trovato un consenso unanime nella comunità internazionale. La parte antica della città è al centro di una contesa politica per ragioni culturali e soprattutto religiose. La cosiddetta “spianata delle Moschee” di Gerusalemme est è il centro della cultura islamica ed è la Terra Sacra al centro delle scritture coraniche. La città di Gerusalemme è però anche al centro delle scritture sacre ebraiche, oltre che cristiane. Di fatto è praticamente divisa a metà con la parte orientale dedicata al culto islamica e quella occidentale dedicata al culto ebraico, con divisioni e confini spesso molto labili.

Le alleanze internazionali e il ruolo di Hamas 

Anche dal punto di vista delle alleanze politiche, la storia dello Stato d'Israele racconta di decenni di accordi con le principali potenze occidentali, Stati Uniti su tutti, mentre l'area palestinese avrebbe l'appoggio da parte delle potenze a maggioranza musulmana. Si spiegano così, per esempio, le minacce d'intervento armato lanciate dalla Turchia nelle ultime ore a supporto del popolo palestinese. Un'ulteriore variabile è rappresentata dalla presenza del gruppo fondamentalista islamico di Hamas nella striscia di Gaza. Di fatto, dal 2007, l'area è controllata da questo gruppo che si contrappone a Israele e si “incarica” di risposte a carattere militare in caso di offese alla sovranità del popolo palestinese.

Gli sgomberi di lunedì a Sheikh Jarrah e l'inizio degli scontri nella moschea di al-Aqsa

Così si può arrivare ai fatti di cronaca di questi giorni. Dopo settimane di tensioni che covavano sotto la cenere, lunedì scorso dovevano essere resi esecutivi gli sfratti di alcune famiglie palestinesi all'interno del quartiere di Sheikh Jarrah per ordine della Corte suprema israeliana. Sgomberi che dovevano lasciare spazio all'insediamento di altri gruppi organizzati di coloni israeliani. Il tutto sarebbe dovuto avvenire in pieno Ramadan e nel giorno in cui gli israeliani festeggiano il Jerusalem day, ossia la festività, fortemente contestata dai palestinesi, della conquista della città nel 1967. Una ferita aperta acuita dall'ennesima occupazione che la comunità internazionale ha più volte condannato e ritenuto illegittima ma che di fatto l'autorità giudiziaria israeliana continua a permettere. Con l'inizio delle operazioni di sgombero sono iniziate le proteste sedate dalla polizia israeliana con il ricorso alla violenza. Gli scontri si sono allargati in tutta la zona orientale di Gerusalemme arrivando a lambire anche la moschea di al-Aqsa, uno dei simboli della cultura musulmana.

La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stato l'intervento della polizia all'interno della moschea. Centinaia di persone sono rimaste ferite nel blitz nel corso del quale sono stati lanciati anche lacrimogeni e bombe stordenti e gli agenti hanno praticamente cinto d'assedio il luogo sacro. È a questo punto che è entrata in azione Hamas che ha lanciato un ultimatum: se entro le 18 di lunedì la polizia non avesse lasciato la moschea ci sarebbero state delle ritorsioni. Ultimatum ignorato dal Governo israeliano, che ritiene Hamas un'organizzazione terroristica, facendo scattare le prime rappresaglie armate. Dalla striscia di Gaza sono partiti una serie di razzi a corta gittata, oltre un centinaio, verso i territori israeliani. La risposta di Israele non si è fatta attendere e nella notte tra lunedì e martedì sono cominciati i bombardamenti nella striscia di Gaza.

L'inizio del conflitto militare 

La forza militare dei due attori in lotta è necessariamente diversa. Hamas dispone di armamenti limitati. I raggi a corta gittata molto spesso finiscono addirittura in territorio ancora occupato da cittadini palestinesi che si trovano anche colpiti dal fuoco amico. Il 90% dei lanci viene poi comunque intercettato dal sistema antimissilistico israeliano, l'Iron Dome, “cupola di ferro”. Nonostante questo Israele ha denunciato la morte di due persone a causa dei lanci di Hamas ad Ashkelon. Nettamente superiore è l'armamento a disposizione di Israele che detiene una delle flotte aeree più pericolose al mondo e sistemi militari che la rendono, probabilmente, la potenza più letale a livello mondiale.

Gli attacchi aerei degli ultimi due giorni hanno portato finora all'uccisione di 26 persone. L'Unicef ritiene che siano stati uccisi almeno sei bambini, quattro dei quali di uno stesso nucleo familiare. Secondo fonti palestinesi le morti tra i bambini sarebbero addirittura nove. Questo nonostante Israele abbia dichiarato di aver colpito obiettivi militari. Durante gli scontri nei pressi della moschea di al-Aqsa sono rimaste ferite oltre 600 persone. L'escalation di violenza fa tornare alla mente anni di conflitti durante i quali a farne le spese è stata soprattutto la popolazione civile.

L'ultimo scontro del 2014 e la situazione politica attuale nell'area

Nell'ultimo scontro risalente all'estate 2014, secondo le Nazioni unite, sono morti 2.251 palestinesi, di cui 1.462 civili, mentre sono rimasti uccisi 67 soldati e sei civili israeliani. A pesare inoltre sull'instabilità dell'area c'è da una parte la politica sempre più aggressiva da parte della Turchia di Erdogan, pronto a imporsi come leader del mondo musulmano, e dall'altra la situazione politica interna d'Israele. La forza del premier Benjamin Netanyahu è stata messa a dura prova dalle ultime consultazioni elettorali, quattro negli ultimi due anni, e la sua leadership risulta essere molto meno salda rispetto al passato. Il ricorso alla forza nel sedare il conflitto con i palestinesi potrebbe essere un'arma politica che potrebbe decidere di utilizzare e che già in passato ha prodotto “dividendi” politici a suo favore.

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