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Perché sta tornando "di moda" il test sierologico

C'entra la terza dose

E' nuovamente aumentata, dopo mesi di calma piatta, la richiesta di test sierologici in Italia (del 10 per cento circa). Chi deve fare terza dose o richiamo vuole capire se ha ancora anticorpi, ma non è affatto detto che sia una decisione sensata

Negli ultimi giorni è nuovamente aumentata, dopo mesi di calma piatta, la richiesta di test sierologici in Italia (del 10 per cento circa). Come mai? E' presto detto: chi deve fare terza dose o richiamo vuole capire se ha ancora anticorpi e quanti, magari per decidere se presentarsi subito per la somministrazione oppure aspettare. Aumentano anche le richieste di informazioni ai medici di famiglia o ai farmacisti e le telefonate ai laboratori. Il problema è che è una strategia ritenuta efficace dagli scienziati. Non c'è alcuna certezza su quale sia il punto di protezione, cioè qual è il titolo anticorpale sopra al quale si è "coperti".

Aumenta la richiesta di test sierologici in Italia

Per fare il test sierologico ci si rivolge ai laboratori privati. Synlab, una delle più grandi reti, ha 300 punti di prelievo e strutture per le analisi in otto Regioni e fa parte di Federanisap. Andrea Buratti, della società, dice a Repubblica che "si vede già un aumento, siamo nell’ordine del 10% in più". Tutto fa pensare che la domanda sia destinata a salire se sarà a breve ufficiale l'apertura alla terza dose per gli under 60.

Secondo il professore di immunologia dell’Università di Modena, Andrea Cossarizza, il test sierologico quantitativo "può dare delle indicazioni. Se hai un buon titolo anticorpale puoi pensare di essere protetto, chiaramente tenendo conto che possono esserci delle eccezioni. Se di anticorpi invece non ne hai, capisci che è meglio fare la terza dose". Per ora molti medici spingono per vaccinare con la terza dose anziani e fragili. "Facciamoci guidare dai dati. Vacciniamo chi ne ha bisogno poi, tra un paio di mesi vediamo cosa succede". 

"Il dosaggio sierologico degli anticorpi dopo la vaccinazione contro Covid-19 clinicamente non serve a niente" diceva qualche tempo fa Roberto Burioni, professore di Virologia all’Università San Raffaele di Milano, che, a chi chiede il motivo della sua affermazione, risponde così: "Perché la quantità di anticorpi non è correlata con la protezione".

Alla chiarezza sul tema non aveva giovato l'uscita del presidente del consiglio Mario Draghi, che aveva rivelato che la prima dose di AstraZeneca ricevuta lo scorso 30 marzo, aveva "dato una risposta di anticorpi bassa" e dunque gli era stato consigliato "di fare l'eterologa".

Perché il sierologico dopo il vaccino non è ritenuto utile da molti esperti

La ragione per cui il sierologico dopo il vaccino non è ritenuto utile da molti esperti è principalmente uno: oltre ad essere di non facile lettura per i pazienti, questi test non tengono conto della protezione che deriva dalle cellule immunitarie e dunque offrono risultati parziali.

"Contare gli anticorpi non spiega tutto" ha detto qualche tempo fa il virologo del Policlinico Gemelli, Roberto Cauda, "gli anticorpi vengono prodotti nei confronti della proteina Spike, che è una componente del virus. Ma quando ci si ammala, o quando ci si vaccina, si crea una doppia risposta. La prima è la risposta anticorpale, cioè quella legata alla produzione di anticorpi, che si calcolano attraverso un prelievo di sangue. La seconda è una risposta cellulare, che è più difficile da calcolare". Ci sono dunque soggetti che "potrebbero avere un numero di anticorpi inferiore a 80, che è la cifra ideale stabilità dall'Oms per essere sicuri" ed avere comunque una buona risposta contro il virus grazie alle cellule immuno competenti. 

Negli Usa le autorità sanitarie sconsigliano alla popolazione il ricorso al test degli anticorpi, per via della mancanza di dati certi con cui interpretare un eventuale risultato positivo o negativo, dopo il vaccino. A oggi indicazioni ufficiali non ce ne sono.