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Pierpaolo Spollon: «Basta dire che la Rai è vecchia»

Quando Pierpaolo Spollon scopre che abbiamo la stessa età, la domanda sorge spontanea: «Ma lei i 30 anni come li ha vissuti?». Se la mia risposta è più serafica, la sua tocca le punte di una tragicità antica: «Fino a poco tempo fa mangiavo mezzo chilo di pasta giorno, 250 a pranzo e 250 a cena, ma adesso sto lievitando come i panini infornati durante il lockdown» scherza Pierpaolo al telefono dalla sua casa di Roma, godendosi il doppio successo dell’Allieva e, soprattutto, di DOC – Nelle tue mani, due delle fiction di maggior successo di Raiuno in questa stagione.

In quest’ultima, Spollon presta il volto a Riccardo Bonvegna, uno specializzando che intrattiene con Andrea Fanti (Luca Argentero) un legame particolare che il pubblico più affezionato ha già avuto modo di scoprire.

Le riprese di DOC sono state sospese a causa del lockdown per poi riprendere subito dopo: com’è stato tornare?
«Come una boccata d’aria. Avevo la necessità di tornare sul set, di rivedere i miei colleghi e di sparare le mie cavolate. Quando siamo potuti uscire, la voglia di riprendere è stata più forte dell’ansia».

Vedo che commenta live le puntate su Twitter.
«Sono persona polarizzata, le via di mezzo non mi sono mai piaciute: o solo completamente a-social oppure sono un webete. Twitter, però, è forse la cosa più simile a un contatto vero. Mi piace l’autoironia, le persone che mi mandano stimoli e pure i meme, anche se l’attrice di Dark Gina Stiebitz mi ha preso in giro perché non riuscivo a pronunciarlo in maniera corretta».

Eppure non sembra così alieno alle dinamiche social: il post del quasi bacio con Gianmarco Saurino ha riscosso diventi consensi.
«Con Gianmarco e Luca ci siamo trovati benissimo, tant’è che credo che quella foto l’abbia scattata lui. Ne stiamo cercando un’altra dove facciamo Jack e Rose di Titanic, io dietro e lui davanti. Qualcuno ha scritto che siamo una bella coppia: se lo fossimo saremmo una bomba, ma non in quel senso».

Anche perché di apprezzamenti femminili ne ha molti.
«Sui social è facile raccogliere un po’ di tutto. Di certo so di non essere il prototipo del macho fisicato come Gianmarco. Mi sarebbe piaciuto essere contattato per fare le campagne come lui, ma io ho altre qualità e non ho problemi a riconoscerlo. Lui è un sex symbol, ma io sono il ragazzo della porta accanto che, si sa, cela sempre tante sorprese».

Ragazzo della porta accanto, ma anche ragazzo di Raiuno. Visto tutte le fiction che ha girato e che girerà per il servizio pubblico, è contento che la etichettino con la Rai?
«Apprezzo tantissimo la qualità che sta raggiungendo la tv oggi: farne parte mi rende estremamente orgoglioso, lo ammetto. È evidente che la mia dimensione sia più famigliare e io in Rai ci sto da dio, anche perché raggiungere un pubblico così vasto non può che farmi stare bene. Il cinema è sempre punto di arrivo, ma non è una cosa in più rispetto alla Rai. Di certo non mi sono mai sentito un attore di serie B. Se Eleonora Andreatta è stata cercata da Netflix vorrà dire qualcosa…».

Le chiedono spesso il perché non lavora con Netflix?
«Spesso. Il problema è che io valuto il progetto, non chi lo produce. Bisogna smetterla di dire che la Rai è vecchia, specie quando ti capita di imbatterti in serie come Il cacciatore, La mafia uccide solo d’estate e, naturalmente DOC, che è stato anche comprato negli USA. Chi continua a crederlo non è evidentemente al passo coi tempi».

Papà commissario, mamma nell’esercito. Infanzia dura?
«Sono stato un bambino sereno, anche se mia madre è una delle persone più rigide del mondo, nell’esercito la chiamano Miss Antrace. La cosa bella è che potrei essere andare domani a Buckingham Palace e non fare una brutta figura. Sono cresciuto con delle norme borghessime, molto formali».

La ribellione quando arriva?
«Con la recitazione. A 19 anni, senza nessun preavviso, dissi a mia madre che mi sarei trasferito a Roma e sarei partito il mercoledì successivo. Se ci ripenso oggi, quasi mi dispiace di averglielo detto così, ma era l’unico modo: non avrebbe mai accettato se avessi fatto un programma con lei. Adesso è felice, anche se è cosciente delle difficoltà legate al mio lavoro. Se domani smettessi, le dispiacerebbe molto».

Non l’ha mai spinta a una carriera nell’esercito?
«No, perché lei stessa odia quell’ambiente. Sperava che facessi il dottore o l’avvocato. All’inizio volevo fare il veterinario, per un periodo sono anche andato a dare una mano in clinica, ma a un certo punto ho dovuto fare una scelta: non potevo portare avanti quel tipo di percorso con la recitazione e, così, mi sono iscritto a Studi Internazionali a Padova».

Cosa voleva diventare?
«Volevo fare il lobbista, ancora oggi mi chiedo che cosa avessi in testa. Non ci è voluto molto per rendermi conto che non ci sarei mai riuscito: ci voleva troppo pelo sullo stomaco per farlo e, anche se all’università ero bravissimo, non ci ho pensato due volte a smettere per fare l’attore. Di fronte alle ingiustizie non riesco a trattenermi».

Da piccolo disegnava. E ora?
«Non più, purtroppo. Smisi per pigrizia e stupidera. Oggi ho perso la mano e sono molto dispiaciuto di questo: pretendo tanto da me stesso».

Vale anche quando recita?
«Sì e, infatti, mi vergogno molto delle prime cose che ho fatto come attore. Non ero all’altezza, temo di essere cresciuto tardi. In generale, sono sempre arrivato tardi nel fare le cose, dal fare l’amore al ribellarmi alla mia famiglia. È per questo che ho una parte adolescenziale dentro di me che è ancora molto forte e che cerco di coltivare ancora».

Sogni in grande: con chi vorrebbe lavorare un domani?
«Con Iñárritu. Non è, però, una moda del momento, perché sono un suo fan sfegatato da tempi non sospetti. Adoro, poi, Joaquin Phoenix, che sta finalmente avendo il successo che merita, e Daniel Day-Lewis: quando ho visto per la prima volta L’ultimo dei Mohicani ho capito la potenza del cinema, è un film che ha segnato la mia vita. Ricordo di averlo visto sul divano con mia madre e che scoppiai a piangere: sentii una grande liberazione».

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